Ma è la sera che più spesso non sa resistere alle tentazioni dell’inconcludenza, alla discesa nel Maelström del proprio ombelico, perché il crepuscolo ha natura indulgente, non illumina e non nasconde, lascia che le cose siano e soprattutto non dura a lungo, per questo gli è congeniale: indulgente e precario come un amore, persino per se stesso.
Della notte non si è mai fidato, ormai è una cappa
infeltrita dai troppi tentativi di ripulirne le macchie di romanticismo, e il chiaro
di luna l’ha ucciso da un pezzo senza ubbìe futuriste.
Ed è ormai abbastanza
vecchio (grande? agée? ) per sapere
che la notte è meglio dormire, ché l’indomani il Capitale reclama la sua libbra
di carne in sacrificio sull’altare di obiettivi sempre più challenging, anzi, no, sfidanti,
perché è gente che ha studiato e non esistono problemi ma solo opportunità non
colte e pazienza se per alcuni l’opportunità avrà la forma di un dildo da
elefante.
Non si rilegge, sa che se lo facesse si troverebbe inutilmente prolisso, ammira
la sintesi ma non riesce mai a coglierla, le sue frasi sono come l’allungare il
percorso verso il patibolo di un condannato a morte da parte di un carnefice
pietoso, un continuo differire l’incontro con l’ultima parola e la frase non
scritta che segue il punto e a capo: e
allora ?
Quindi no, la notte la lascia agli adolescenti e agli amanti (che sono poi la
stessa cosa) e allora – al crepuscolo - si siede al tavolo sempre più ingombro
di libri e di fogli e di tazze e di portatili naufragati in un caos di fronte
al quale anche la signora Ornella si è arresa limitandosi a spolverare gli
interstizi lasciati liberi dai libri e guarda il foglio pieno di cancellature
della sua mente.
Dovrebbe appallottolarli e buttarli nel cestino (e già questa
metafora tradisce orizzonti limitati e neiges
d’antan, ormai i cestini vivono solo sullo schermo del desktop e i file non
si possono appallottolare ed è un peccato, il suono della carta compressa fra
le mani è stato a volte illuminante) ma sa che poi non resterebbe niente e che
sono proprio le cancellature gli indizi più importanti; d’altra parte sa
benissimo cosa si nasconde sotto quei tratti rabbiosi, sono tutte pietre
d’inciampo di cui il resto rappresenta accurata perifrasi.
Perifrasi, differimenti, naufragi. Eccola, finalmente, la sintesi.
Centellina i ricordi: ne ha del resto pochissimi di
significativi (perifrasi, differimenti, naufragi…) e su alcuni ritorna con
ostinato accanimento; talvolta ne scrive in forme allusive (perifrasi), più
spesso si ripromette di farlo (differimenti) e quasi sempre se ne ritrae
(naufragi). Osserva le vite delle persone che gli sono care da una affettuosa distanza;
elenca con puntigliosa acribia tutte le qualità di cui si percepisce monco e
che caricano quella distanza di una malinconia che è quasi dolore, ma non si
avvicina.
Bilanci, no, non ne fa. Non è mai tempo di bilanci, il conto
verrà saldato solo in ultimo, senza rateazioni e in contanti; se la morte si
sconta vivendo almeno tutti possono essere sicuri di non aver vissuto al di
sopra delle proprie possibilità e lui lo ha fatto meno di altri: basterebbe
guardare l’intonaco bianco delle pareti mai interrotto da quadri, la mobilia
eterogenea, gli accostamenti casuali dell’arredamento per capire che quell’appartamento
sta ancora aspettando qualcuno che la abiti, e che lui è un occupante abusivo
della propria casa.
Ma il crepuscolo già scolora nella notte, le scuse
quotidiane – il lavoro, la stanchezza, lo stress – reclamano la consueta
audizione; salva il file in una cartella sprezzantemente nominata “roba” ad
aggiungere l’ennesima tessera ad un mosaico di cui ormai non distingue ciò che
rappresenta e che pure lo tenta; sempre di meno ma ancora lo tenta indovinare
cosa potrebbe venirne fuori.
Sarà per il prossimo occaso.
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