Un filo.
Un altro filo.
Poi un altro ancora. E alla fine, di un legame, rimane l’ultimo filo, tenue, sottilissimo, inutile e patetico, che quando si spezza non ci se ne accorge neppure. Come non ci fosse mai stato.
Gaia si alza dal tavolo per la terza volta, in un’irrequietudine scomposta, posa la penna accanto al diario in vecchia carta Oxford, regalo di Andrea per l’anniversario di matrimonio per le ore felici come recita il fregio in oro sulla copertina, e ritorna alla finestra.
Oltre l’ovale del proprio viso riflesso dal vetro, un tramonto purpureo, che le onde di tegole nel mare di tetti più in basso sfuma in un rosa compatto.
Sotto di lei la città è come abbarbicata alle ultime ore di tregua domenicale; trasmette una sensazione di fortino assediato, di stanchezza sopraffatta, esaurita dai sussulti del giorno festivo ormai per poco, prossima alla capitolazione davanti alle prime propaggini della settimana che sta per iniziare.
Fissa i dorsi delle mani appoggiate al vetro, le dita ancora agili e affusolate, lo sbaffo di smalto appena accennato sull’unghia del medio della mano sinistra, gli anelli e la fede che non riesce più a ricordare da quanto tempo non si è sfilata.
Si stacca dalla finestra, lasciando l’alone delle palme ben visibile, e ritorna al tavolo.
Comincia a sfogliare le pagine bianche di quel diario, non ha ancora davvero incominciato; un po’ perché prima non ne avrebbe sentita la necessità, e un po’ perché, da quando ha iniziato a sentirla, la avvolge il vuoto angoscioso del non sapere cosa scrivere.
Eppure vorrebbe scrivere qualcosa, sente che ne è capace, il difficile starebbe solo nell’incominciare, ma è proprio lì che si cela l’angoscia dell’allineare le parole, infilarle come perle di una collana; appena ci si è provata ha avuto la sensazione opprimente di essere incomprensibile persino a se stessa, ha riletto le poche frasi sulla prima pagina e ha visto un’altra donna, che non riconosce.
E non perché quella sua collana di parole parli di una donna che era stata e non è più o che avrebbe voluto essere; ma perché è una donna con una incapacità avvilente di descrivere quello che sta provando. Tanto avvilente da non sapere neppure, dopo essersi riletta, se davvero quelle sensazioni le abbia provate davvero.
Strappa la prima pagina con cura, lentamente, e l’appallottola con altrettanta lentezza, come assaporando il momento della distruzione di una parte di sé e la getta nel cestino.
Prende una matita dal portapenne d’ottone, e inizia a disegnare sulla pagina successiva, è meno faticoso che allineare le parole, ogni volta che disegna qualcosa alla fine le si rivela sempre quello che avrebbe voluto dire. Ha sempre avuto talento per il disegno, inconsapevole anche di quello come di molte altre cose delle quali ha appena iniziato ad accorgersi, ma già la sensazione di muoversi su un terreno più agevole rispetto a quello della parola la riempie di una serenità solitaria e malinconica ma se non altro silenziosa. Perché le parole, anche quando sono soltanto scritte, hanno una sonorità che non riesce a tollerare.
Non sa ancora cosa verrà fuori, ma via via che i tratti di matita si accumulano sul foglio, la sensazione di angoscia si attenua.
Si ferma, guarda per alcuni istanti la forma grigia appena abbozzata emergere nel bianco del foglio, poi, improvvisamente rassicurata, riprende a disegnare.
***
Dalie. No, zinnie. Come cazzo si chiameranno quei fiori sul tavolino, li confonde sempre, anche se sono così diversi, comunque non sono veri, sono di plastica, come tutto nella sala d’aspetto sembra di plastica, anche quando non lo è, perfino le altre due coppie sedute sulle poltroncine in fintapelle, sono di plastica anche loro.
Soltanto la luce dà una sensazione di solidità tanto è intensa, come se si potesse dare vita ad una stanza come quella a colpi di chilowatt, una luminosità compatta, senza requie che quasi ruba ad ogni oggetto la propria ombra, braccata da tutta quella luce, circondata dal biancore aspro diffuso anche dalle pareti.
Gaia ha le labbra strette e gli occhi che si chiudono quando il braccio di Andrea si posa sul suo. Vorrebbe tirarsi indietro, ma le forze non le bastano e allora lascia che quella presa la guidi lentamente verso una di quelle poltroncine, accanto al tavolinetto ricoperto di riviste vecchie e spiegazzate; ne registra automaticamente qualche titolo e sa già che non le sfiorerà neppure, ha orrore di quella carta passata in chissà quante mani, pagine sfogliate troppe volte, plastica anche quella.
Gaia trattiene l’ondata di nausea che le monta nello stomaco quando Andrea la invita a sedersi. Le bisbiglia qualcosa all’orecchio e lei annuisce come per abitudine, ancora prima che lui abbia finito di parlare, ormai annuisce sempre, accenna di sì qualunque cosa le dica poi si affida alla protezione del silenzio e al momentaneo sollievo del peso del corpo che può smettere di reggersi sulle gambe.
Andrea le siede accanto, e inizia a frugare tra le riviste, sparpagliandole sul tavolinetto per vedere se non ci sia qualcosa di interessante, è tutta roba vecchia ma riesce a farsela andar bene lo stesso, trova un paio di numeri di Quattroruote e si mette deciso a sfogliarne uno come se sapesse già cosa cercare.
Nella parete di fronte, abbagliante anch’essa, si è aperto lo spiraglio grigio di una porta dai vetri smerigliati. Con passi svelti ne esce una donna che potrebbe essere un’infermiera, un’assistente, un qualcuno insomma che la riguarda.
La donna si muove sfocata nel campo visivo di Gaia, come se avesse gli occhi pieni di lacrime; ma in realtà non piange più da un pezzo, ha solo gli occhi socchiusi perché quando riesce a sembrare stanca la lasciano in pace, e alla fine lo sforzo di mostrarsi stanca ha finito per stancarla davvero.
L’infermiera si avvicina silenziosa sulle scarpe di tela a una delle due altre coppie che li precedono e guardando l’uomo, si china leggermente a sfiorare la spalla della sua compagna.
I due si alzano e la seguono, scomparendo dietro la porta rimasta semiaperta.
Resta, sospeso nell’aria, il cigolio dei cardini prima dello scatto lieve che l’ha chiusa.
Non ha dormito, di questo è sicura.
La sua coscienza è costellata di leggeri colpi di tosse, schegge di parole raccolte da qualche punto della stanza, voci ovattate che ogni tanto s’alzano di tono dietro la porta a vetri smerigliati. E poi, nel biancore sfumato, lattiginoso delle palpebre abbassate, un’ombra che si stende sulla retina, un martellare lento e pesante di scarpe che si avvicinano al tavolinetto delle riviste, che sfortuna, proprio lì doveva andare a mettersi, ma poi la macchia scura scivola via dagli occhi, i passi si allontanano, può ritornare a immaginarsi nuovamente da sola.
No, non ha dormito.
Anzi, si ricorda bene del suono frusciante delle pagine sfogliate accanto a lei, un suono a volte come di un torrente tranquillo fra le rocce, e a questo ricordo ha avuto un leggero sussulto, come se davvero si stesse riprendendo all’improvviso da un sogno e stentasse ad andare incontro alla realtà.
Il fruscio delle pagine cessa, il suo movimento è stato notato, e Gaia torna a immobilizzarsi nel dormiveglia simulato, ma ormai completamente vigile.
***
Ha sfiorato Andrea con uno sguardo veloce e gli ha fatto cenno che è il loro turno, le altre coppie non sembrano darsene peso, forse sono attese altrove, forse non se ne sono accorte o forse sono semplicemente rassegnate al potere di Andrea che penetra ovunque, anche lì dentro.
Solo quando chiude gli occhi e lascia la mente a girare a vuoto come un ingranaggio inceppato, solo allora Gaia si sente al sicuro.
***
E poi Andrea le si era avvicinato, strizzando gli occhi.
- Ma si può sapere che ti sta succedendo?
Lo aveva fissato con una curiosità stupita, come se lo vedesse per la prima volta. Si era resa conto di quanto si fosse allontanata da lui negli ultimi giorni, misurava la distanza dalla vibrazione acuta della sua voce, dalla sorpresa di quel falsetto, sì, dalla sorpresa, ora Gaia lo guardava a sua volta e si rendeva conto che per la prima volta nella loro vita di coppia, era riuscita a sorprenderlo.
- Gaia, porca miseria, sto parlando con te!
E la voce le era uscita con una volontà propria, come se fosse di un’altra donna.
- Non toccarmi, Andrea
Ed eccolo restare interdetto per un istante, le mani due artigli sui polsi di lei, lo stupore che si irrigidiva in rabbiosa incredulità nel tremito delle guance.
Si sentì quasi eccitato quando la sentì dibattersi, dapprima debolmente, cercando di liberare i polsi dalla sua stretta, "Cosa vuol dire non toccarmi, Gaia, cosa cazzo vuol dire? Sono tuo marito” e quella parola tuo marito lo eccitava forse ancora di più della stretta intorno ai polsi.
- Non lo so Andrea, lasciami. Non mi va di parlare. Lasciami stare,
E si liberò con uno strattone più forte, graffiandosi i polsi con le unghie di lui.
***
Si era irrigidita come un cadavere, le era sembrato di vedere la scena come dall’alto, gli occhi spalancati che ormai non vedevano più niente erano come abbagliati dalla violenza di lui, due dischi incandescenti le riempivano le iridi accecandola come soli.
Aveva provato a chiuderli, ma i soli non erano scomparsi. Erano ancora lì a bruciarla da dentro.
Lo sentiva muoversi come una furia sopra di lei, mentre espelleva il suo nome insieme al respiro come uno sputo.
- Gaia… Gaia…
Aveva serrato le labbra per sottrarsi almeno ai suoi baci, ma lui rifuggiva dal sapore di sangue sulla bocca.
- Gaia…
Teneva la testa sollevata sopra la sua, guardando in alto, gli occhi due fessure deformate da quel piacere rabbioso, feroce.
Non sta succedendo a me i soli occupavano tutte le palpebre serrate, erano cresciuti ancora oltre la fronte, dilagando nel cervello, ed ora le stavano asciugando i pensieri Andrea, oddìo, non sta non sentiva neppure le braccia lungo i fianchi, le gambe troppo divaricate succedendo a me non per facilitargli il compito ma per sentirlo il meno possibile.
- ..ia. Sei mia…
Ed era come un singhiozzo, un colpo di tosse che gli si strozzava in gola. Sentiva pronunciare il suo nome, da qualche parte sopra di lei, ma veniva come da lontano, come dall’inferno e quel nome allegro, il nome felice beneaugurale che l’aveva accompagnata fino a quel momento era diventata una parola di una lingua straniera, puro suono, che la faceva sconosciuta a sé stessa.
Non sta succed… e allora nella sua mente, chiaro, abbagliante, un altro nome, quello di un altro lui che le aveva raccontato quasi per scherzo e quasi in un sogno come l’avrebbe posseduta.
I soli accecanti erano ancora lì, ad orbitare intorno alla sua coscienza, e le trapanavano il cervello con le loro lame di luce.
L’alito di lui le sfiorava le guance, e non era neppure il respiro solito di quando facevano l’amore, secoli prima, era un rantolo di possesso disperato, era una fantasia arcana che si faceva orrore, e non c’era la paura provata per gioco, c’era la paura vera, che paralizza, uno sconosciuto sopra di lei, Andrea ma le parole non arrivavano neppure in gola, si fermavano molto prima, là dove l’istinto non riesce ancora a farsi coscienza e appena nate morivano, restava solo un nome conosciuto che la rabbia di quelle spinte dentro di lei trasformava in una bestemmia.
Poi la furia si era calmata, lui era scivolato fuori, col respiro ancora pesante, lasciandola con una sensazione incredula di leggerezza che le faceva più male del peso di prima, e un senso di sporco tra le gambe che non riusciva ancora a richiudere, il ventre dolorante come dopo un pugno.
***
Fuori c’è la luce livida del tardo pomeriggio che sporca i muri tutt’intorno. Negativo, negativo, capisci? Sì, lo capisce, così come capisce che qualcosa s’è spezzato dentro di lei, ma non sa ritrovare il momento preciso un cui ha avvertito la lacerazione, forse quel momento non esiste, forse è stato uno sfilacciarsi lento di un legame, prima un filo, poi un altro, poi un altro ancora e la corda si fa sempre più sottile, e alla fine non rimane che un solo filamento, l’ultimo, così impercettibile che quando si spezza è come se non fosse neppure mai esistito.
Sì, spezzato, che espressione consumata, ma come spiegare con altre parole quella sensazione di tensione interiore che prima c’era e ora non c’è più, la perdita di qualcosa dentro, dentro nel senso letterale, ancora più dentro e più a fondo del grumo di cellule che avrebbe dovuto esserci e non c’era. Spezzato perché invece quella parte di sé c’era anche prima e adesso non la sente più, né a fondo, né in superficie.
Dunque non ci sarà nessun bambino, ormai è certa di capire bene, lo sente dall’eccitazione nella voce di Andrea che le cammina accanto, ha ripreso il solito passo deciso, ora non la tiene più per un braccio come se dovesse sorreggerla, adesso parla come non aveva fatto da molto tempo, parla con il sollievo dello scampato pericolo, parla, e forse lo capisce che lei non riesce a sentirlo, non è che non voglia, è che non riesce proprio, le parole di lui mitragliano frenetiche contro la sua coscienza ancora intorpidita, sente che forse non si sveglierà mai.
Parla a se stesso, è chiaro, e Gaia vorrebbe soltanto che ci fosse silenzio.
Nessun commento:
Posta un commento