lunedì 25 luglio 2022

Veltranschauung

Preso dallo sconforto per l'attualità, ripubblico - senza nessuna variazione - una cosa che avevo scritto in un vecchio blog, non più esistente, nel lontano 2011.
Anche se potrebbe tranquillamente intitolarsi La ricerca del tempo perduto di un boomer, lascio il titolo originale: non sfuggirà all'acuto lettore il senso di sconfitta di allora, l'unica cosa "di sinistra" ad aver attraversato inconcussa tutti questi anni.

Leggendo l’intervento di Pampers Veltroni nell’ultimo numero di MicroMega (2/2011), ho provato la sensazione di sprofondare in uno di quei vortici spaziotemporali dei vecchi romanzi di fantascienza, mi sono sentito di nuovo gggiovane, ho rivisto il passato che non passa, quella sensazione dolciastra di cose-buone-dal-mondo, di carosello politico prima di andare a dormire alle primarie belli asciutti e con l’elastico del pannolone che non stringe.


L’ho gustato con perizia da filologo dilettante (come lo era Winkelmann del resto, e le rovine della sinistra non sono meno disperse di quelle della combusta Ilio) con una vertigine che ti fa andare avanti riga dopo riga a cercare la castroneria che non può mancare e sai benissimo arriverà, come il brivido della frustata per il masochista, tanto più appagante quanto più lungamente attesa.

Non so se per malizia dell’impaginatore o per la mano illuminata del Caso, ma infilate fra uno scritto eticamente lucidissimo di Barbara Spinelli (meno di due pagine) che insiste – dio la benedica – sull’importanza del linguaggio come strumento civile e uno altrettanto acuminato di Marco Travaglio (due pagine) su cosa fare concretamente per tradurre l’etica in viva legge, le sei pagine e mezza di Veltroni hanno la prolissa evidenza di chi sta rimasticando le stesse cose da un buon quarto di secolo (almeno fino a dove arriva la mia memoria personale ) e mi ricordano l’infinto allungar la brodaglia del tema indigesto del liceo, lo sfolgorio di aggettivi ripetuti e ribattute perifrasi a racimolare le due paginette e mezza per guadagnare almeno l’indulgenza del prof. ( Una frase intera di 142 parole senza una pausa. Non per niente anche io sono figlio di quella cultura.)


E il tutto per sottolineare una strategia degna di Napoleone ad Austerlitz: sarebbe bene non andare ai referendum, ma nel caso ci si trovasse costretti, occorre vincerli.

E come si fa a non andare ai referendum? Dialogando con la parte migliore (migliore?), più responsabile (responsabile??)  della maggioranza, convincendola che il PD può dare un “contributo di governabilità per uscire dalle secche del berlusconismo” eccetera (continuate voi mentre inseguo le palle che rotolano sotto il tavolo, giusto dietro le Bicamerali)

Non pago di tanta profondità analitica, più o meno a metà articolo, il Nostro sente il bisogno di puntualizzare:

Penso così di aver risposto implicitamente alle domande poste da MicroMega. Ma voglio farlo in modo esplicito e chiaro

E giù con la seconda parte del pippone, questa volta riguardo a cosa fare nel malaugurato caso in cui si dovesse davvero andare al referendum (tranquilli, non manca niente, neppure la mitica “vocazione maggioritaria” che tanto ha fatto per la scomparsa della sinistra e che lui rivendica come l’obiettivo di una vita. Se spera di arrivare a vedere la sinistra maggioritaria, Veltroni si propone nientemeno che per l’immortalità).

Sì, qualcosa di sensato c’è, sia pure entro i limiti dell’ovvio, ma bisognava tirarlo fuori quindici anni fa, senza condannare gli elettori a una via crucis costellata di stazioni demenziali che partendo dalla “gioiosa macchina da guerra”, ha collezionato una serie di sconfitte una peggiore dell’altra sul piano del linguaggio prima ancora che della politica. Qualcuno se lo ricorda il “Dio ci scampi dall’opinione pubblica” del Realpolitiker D’Alema in piena fregola consociativa con Berlusconi (“Mediaset è una risorsa per il paese”, mentre si è visto come fosse vero l’esatto contrario) o il meravigliato “ma allora abbiamo una banca” dello spaesato Fassino?

Ma forse non è tutta inadeguatezza politica o incapacità di arrendersi all’evidenza. Questo è anche un viaggio alla ricerca del tempo perduto, anzi, mai passato. Walter Proust ha fatto vibrare corde segrete e cedo alle rimembranze. Va’ pensiero, standing ovation.

Quand’ero più giovane e stupido ho attraversato – come molti mi illudo di pensare, ma temo di no – il mio bravo periodo di formazione pseudo-intellettual-esistenzialista, colpito dal morbo delle buone letture rigorosamente decontestualizzate e soprattutto in ritardo sull’attualità, com’è buona norma per i classici. (Ci vuole del genio per cogliere il punto di fuga dell’universale nella linee di prospettiva dell’attuale e, inutile specificarlo, non lo avevo)

Sguardo disincantato, ruga fissa, male di vivere a carrettate, (e lo so, era carenza di figa all’ottanta per cento, ma quel venti residuo non era da buttar via, un po’ ne ho ancora) sere passate a compulsare Kierkeegard e le Inattuali di Nietzsche (e complimenti per la coerenza), scuotendo la testa davanti ai coetanei che andavano a rincoglionirsi in discoteca e mettevano a palla i Duran Duran (Save a preyer mi fa ancora gelare il sangue) mentre io e gli altri illusi del Cenacolo ci beccavamo del matusa con i Pink Floyd e i Procol Harum (per non parlare del jazz, di Jacques Brel o Serge Gainsbourg).
E naturalmente, dopo la discoteca loro trombavano, o millantavano con verosimiglianza.

E ancora va da sé che ci voleva una robusta dose di cretinaggine per fiondarsi in mezzo agli edonistici anni Ottanta armati di Sartre e Camus (o anche solo a rabbrividire con certi ossi di seppia, perché quando un po’ ti si accappona la pelle davanti ai cocci aguzzi di bottiglia almeno sei sicuro che non stai recitando) ma c’è da dire che per parafrasare Monsieur Teste la stupidità era il nostro forte. Sperare di far colpo con scelte citazioni da La Nausea su ragazzine in Moncler – la cui unica nausea veniva al solo vedere un libro - aveva una disperante ingenuità che la soglia dell’età adulta già non permetteva più di trattare con indulgenza, nonostante ci intravedessimo futuri bamboccioni tra le quinte di Drive In e le tette di Colpo Grosso.

Si girava in circolo, un circolo di raggio infinitesimo, quasi uno star fermi, ma con l’illusione del movimento. Ci si sentiva immersi nell’Eterno mentre invece era solo tempo congelato da letture improvvide e immature, col piglio spocchioso dell’autodidatta che si crede in anticipo sui tempi, un ruotare attorno al proprio ombelico; ci si affidava ad uno scampolo di cultura per risolvere i traumi tardivi di una rivoluzione che ci aveva solo sfiorati da piccoli: i tanti cortei visti dal balcone di casa, i lacrimogeni sotto i portici da cui mia madre mi strappò via di corsa una mattina, e per me torinese, il rogo dell’Angelo Azzurro, così vicino alla mia scuola che fu evacuata, i pompieri in mezzo a via Po e il primo incontro con la potenza della parola, l’orrore di quel torcia umana captato dietro al muro di schiene dietro le transenne a nascondere il bar e i suoi avventori carbonizzati dalle molotov.

Prodromi alla patologia da generazione di mezzo, divisa tra gli eroi inconcludenti e autocelebrativi del ’68 che non sono mai scesi dal piedistallo e gli yuppies degli anni ’90 che non sono mai andati in galera e raggiungevano l’orgasmo solo ad ascoltare Everardo Dalla Noce parlare di blue chips (i mitici “titoli a maggiore flottante”  e lo ripeteva come se stesse assaporando chissà quale gourmandise, alla faccia della scienza triste) ed arrivata invece ben oltre l’età adulta già trasformata in  generazione perduta senza di nuovo aver concluso un bel niente ma con la certezza di aver contato ancora meno, subito vecchia abbastanza da dover  riporre la speranza in quella successiva, augurandosi che almeno questa sappia essere “nuova” per davvero.

Fai parte della generazione perduta quando ti chiedi se davvero il meglio che potessi fare con le tue forze era soltanto non votare Berlusconi, eppure c’è chi è riuscito a pentirsi anche di questo.
Con in bocca l’amaro per non aver mai sentito la chiamata, di non essersi accorti di quando la “nuova generazione” era la nostra, di quando sarebbe toccato a noi.

 

Abbiamo saltato il turno. You missed the starting gun, cantavano i Pink Floyd in “Time” e quasi quasi viene da pensare che i veri profeti fossimo noi. Siamo ancora lì, alla linea di partenza ad aspettare lo sparo a spalti ormai deserti, con gli ex paninari in corsa da un pezzo, a scrollarsi di dosso la catastrofe dei subprimes e già pronti a lanciarsi in un nuovo incubo neoliberista per succhiare altre risorse da un pianeta allo stremo.

Poi le linee di prospettiva si crepano, il punto di fuga si allarga e viene giù tutto insieme al Muro e il tempo ancora non si sblocca. Appena finito di riporre Sartre (ma non Camus) e il nuovo ci investe con la taumaturgia della New  Frontier di Veltroni, il kennedismo vecchio di “soli” quarant’anni-cifra tonda  (ma senza la fortuna di un Lee Harvey Oswald che ci graziasse di tanta lungimiranza da gambero)  e l’iniezione di nuova linfa vitale nelle ingessate articolazioni della sinistra a colpi di inglese (con l’ I care in contrapposizione all’ I couldn’t care less e la dialettica era tutta lì, tesi e antitesi a guardarsi in cagnesco  mentre la sintesi si stava preparando altrove) e la videocassetta di Easy Rider con l’Unità. (And these cocks si potrà dire ?).

Per questo, leggendo Marcel Veltroni o incrociando dai manifesti lo sguardo sfatto di Bersani in maniche di camicia, quello che aveva rinnovato di qualche lustro l’immagine del PD con Vasco Rossi ( “Voglio trovare un senso a questa storia” dimenticando come continua la strofa ) – ma se non altro riportando gli slogan alla lingua patria – non posso non sentire il soffio di giovinezza di quegli anni, l’inscalfibile ingenuità fideistica di quelli che, partiti all’inizio del secolo scorso con la certezza di avere in tasca i meccanismi della storia si ritrovano cent’anni dopo ad arrancare col fiato corto, superati da ogni genere di evento, senza aver capito il meglio e assecondando il peggio dei propri anni.

Forse è anche per questo che i molti delusi dalla politica, i corteggiatissimi indecisi degli ultimi giorni, non riescono a trovare differenze decisive fra i principali leader dei due schieramenti (a parte il non vedere il mostruoso conflitto d'interessi che sta da una delle due parti): per il loro rapporto malato con il tempo. Rifuggito e negato da una parte a colpi di lifting e illusorie iniezioni di vitalità somministrate da infermiere escort e igieniste dentali; e perennemente rivissuto dall'altra, in bilico tra il come eravamo e il come vorremmo essere sempre più portati a coincidere.

In entrambi i casi l’intatta vacuità di Forever young (Alphaville, 1984 e anche loro in piena sfasatura temporale, con il nome che pesca direttamente nella nouvelle vague), che non conosce Storia, storie e tantomeno sensi da cercare, resta ancora la colonna sonora ideale per questo tempo malato, un tempo che è il nostro. Cattiva musica per un cattivo tempo.

E ora potete riaccendere la luce e spegnere gli accendini.

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