Preso dallo sconforto per l'attualità, ripubblico - senza nessuna variazione - una cosa che avevo scritto in un vecchio blog, non più esistente, nel lontano 2011.
Anche se potrebbe tranquillamente intitolarsi La ricerca del tempo perduto di un boomer, lascio il titolo originale: non sfuggirà all'acuto lettore il senso di sconfitta di allora, l'unica cosa "di sinistra" ad aver attraversato inconcussa tutti questi anni.
Leggendo l’intervento di Pampers Veltroni nell’ultimo numero di MicroMega (2/2011), ho provato la sensazione di sprofondare in uno di quei vortici spaziotemporali dei vecchi romanzi di fantascienza, mi sono sentito di nuovo gggiovane, ho rivisto il passato che non passa, quella sensazione dolciastra di cose-buone-dal-mondo, di carosello politico prima di andare a dormire alle primarie belli asciutti e con l’elastico del pannolone che non stringe.
L’ho gustato con perizia da filologo dilettante (come lo era Winkelmann del
resto, e le rovine della sinistra non sono meno disperse di quelle della
combusta Ilio) con una vertigine che ti fa andare avanti riga dopo riga a
cercare la castroneria che non può mancare e sai benissimo arriverà, come il
brivido della frustata per il masochista, tanto più appagante quanto più
lungamente attesa.
Non so se per malizia dell’impaginatore o per la mano illuminata del Caso, ma
infilate fra uno scritto eticamente lucidissimo di Barbara Spinelli (meno di
due pagine) che insiste – dio la benedica – sull’importanza del linguaggio come
strumento civile e uno altrettanto acuminato di Marco Travaglio (due pagine) su
cosa fare concretamente per tradurre l’etica in viva legge, le sei pagine e
mezza di Veltroni hanno la prolissa evidenza di chi sta rimasticando le stesse
cose da un buon quarto di secolo (almeno fino a dove arriva la mia memoria
personale ) e mi ricordano l’infinto allungar la brodaglia del tema indigesto
del liceo, lo sfolgorio di aggettivi ripetuti e ribattute perifrasi a
racimolare le due paginette e mezza per guadagnare almeno l’indulgenza del
prof. ( Una frase intera di 142 parole senza una pausa. Non per niente anche io
sono figlio di quella cultura.)
E il tutto per sottolineare una strategia degna di Napoleone ad Austerlitz:
sarebbe bene non andare ai referendum, ma nel caso ci si trovasse costretti,
occorre vincerli.
E come si fa a non andare ai referendum? Dialogando con la parte migliore
(migliore?), più responsabile (responsabile??) della maggioranza,
convincendola che il PD può dare un “contributo di governabilità per uscire
dalle secche del berlusconismo” eccetera (continuate voi mentre inseguo le
palle che rotolano sotto il tavolo, giusto dietro le Bicamerali)
Non pago di tanta profondità analitica, più o meno a metà articolo, il Nostro
sente il bisogno di puntualizzare:
Penso così di aver risposto
implicitamente alle domande poste da MicroMega. Ma voglio farlo in modo
esplicito e chiaro
E giù con la seconda parte del pippone, questa volta riguardo a cosa fare nel
malaugurato caso in cui si dovesse davvero andare al referendum (tranquilli,
non manca niente, neppure la mitica “vocazione maggioritaria” che tanto ha
fatto per la scomparsa della sinistra e che lui rivendica come l’obiettivo di
una vita. Se spera di arrivare a vedere la sinistra maggioritaria, Veltroni si propone
nientemeno che per l’immortalità).
Sì, qualcosa di sensato c’è, sia pure entro i limiti dell’ovvio, ma bisognava
tirarlo fuori quindici anni fa, senza condannare gli elettori a una via crucis
costellata di stazioni demenziali che partendo dalla “gioiosa macchina da
guerra”, ha collezionato una serie di sconfitte una peggiore dell’altra sul
piano del linguaggio prima ancora che della politica. Qualcuno se lo ricorda il
“Dio ci scampi dall’opinione pubblica” del Realpolitiker D’Alema in piena
fregola consociativa con Berlusconi (“Mediaset è una risorsa per il paese”,
mentre si è visto come fosse vero l’esatto contrario) o il meravigliato “ma
allora abbiamo una banca” dello spaesato Fassino?
Ma forse non è tutta inadeguatezza politica o incapacità di arrendersi
all’evidenza. Questo è anche un viaggio alla ricerca del tempo perduto, anzi,
mai passato. Walter Proust ha fatto vibrare corde segrete e cedo alle
rimembranze. Va’ pensiero, standing ovation.
Quand’ero più giovane e stupido ho attraversato – come molti mi illudo di
pensare, ma temo di no – il mio bravo periodo di formazione
pseudo-intellettual-esistenzialista, colpito dal morbo delle buone letture
rigorosamente decontestualizzate e soprattutto in ritardo sull’attualità, com’è
buona norma per i classici. (Ci vuole del genio per cogliere il punto di fuga
dell’universale nella linee di prospettiva dell’attuale e, inutile specificarlo,
non lo avevo)
Sguardo disincantato, ruga fissa, male di vivere a carrettate, (e lo so, era
carenza di figa all’ottanta per cento, ma quel venti residuo non era da buttar
via, un po’ ne ho ancora) sere passate a compulsare Kierkeegard e le Inattuali
di Nietzsche (e complimenti per la coerenza), scuotendo la testa davanti ai
coetanei che andavano a rincoglionirsi in discoteca e mettevano a palla i Duran
Duran (Save a preyer mi fa ancora
gelare il sangue) mentre io e gli altri illusi del Cenacolo ci beccavamo del
matusa con i Pink Floyd e i Procol Harum (per non parlare del jazz, di Jacques
Brel o Serge Gainsbourg).
E naturalmente, dopo la discoteca loro trombavano, o millantavano con
verosimiglianza.
E ancora va da sé che ci voleva una robusta dose di cretinaggine per fiondarsi
in mezzo agli edonistici anni Ottanta armati di Sartre e Camus (o anche solo a
rabbrividire con certi ossi di seppia, perché quando un po’ ti si accappona la
pelle davanti ai cocci aguzzi di bottiglia almeno sei sicuro che non stai
recitando) ma c’è da dire che per parafrasare Monsieur Teste la stupidità era il nostro forte. Sperare di far
colpo con scelte citazioni da La Nausea su ragazzine in Moncler – la cui unica
nausea veniva al solo vedere un libro - aveva una disperante ingenuità che la
soglia dell’età adulta già non permetteva più di trattare con indulgenza,
nonostante ci intravedessimo futuri bamboccioni tra le quinte di Drive In e le
tette di Colpo Grosso.
Si girava in circolo, un circolo di raggio infinitesimo, quasi uno star fermi,
ma con l’illusione del movimento. Ci si sentiva immersi nell’Eterno mentre
invece era solo tempo congelato da letture improvvide e immature, col piglio
spocchioso dell’autodidatta che si crede in anticipo sui tempi, un ruotare
attorno al proprio ombelico; ci si affidava ad uno scampolo di cultura per
risolvere i traumi tardivi di una rivoluzione che ci aveva solo sfiorati da
piccoli: i tanti cortei visti dal balcone di casa, i lacrimogeni sotto i
portici da cui mia madre mi strappò via di corsa una mattina, e per me
torinese, il rogo dell’Angelo Azzurro, così vicino alla mia scuola che fu
evacuata, i pompieri in mezzo a via Po e il primo incontro con la potenza della
parola, l’orrore di quel torcia umana captato dietro al muro di schiene
dietro le transenne a nascondere il bar e i suoi avventori carbonizzati dalle
molotov.
Prodromi alla patologia da generazione di mezzo, divisa tra gli eroi
inconcludenti e autocelebrativi del ’68 che non sono mai scesi dal piedistallo
e gli yuppies degli anni ’90 che non sono mai andati in galera e raggiungevano
l’orgasmo solo ad ascoltare Everardo Dalla Noce parlare di blue chips (i mitici “titoli a maggiore flottante” e lo
ripeteva come se stesse assaporando chissà quale gourmandise, alla faccia della
scienza triste) ed arrivata invece ben oltre l’età adulta già trasformata
in generazione perduta senza di nuovo aver concluso un bel niente ma con
la certezza di aver contato ancora meno, subito vecchia abbastanza da
dover riporre la speranza in quella successiva, augurandosi che almeno questa
sappia essere “nuova” per davvero.
Fai parte della generazione perduta quando ti chiedi se davvero il meglio che
potessi fare con le tue forze era soltanto non votare Berlusconi, eppure c’è
chi è riuscito a pentirsi anche di questo.
Con in bocca l’amaro per non aver mai sentito la chiamata, di non essersi
accorti di quando la “nuova generazione” era la nostra, di quando sarebbe
toccato a noi.
Abbiamo saltato il
turno. You missed the starting gun, cantavano i Pink Floyd in “Time” e quasi
quasi viene da pensare che i veri profeti fossimo noi. Siamo ancora lì, alla
linea di partenza ad aspettare lo sparo a spalti ormai deserti, con gli ex
paninari in corsa da un pezzo, a scrollarsi di dosso la catastrofe dei
subprimes e già pronti a lanciarsi in un nuovo incubo neoliberista per
succhiare altre risorse da un pianeta allo stremo.
Poi le linee di prospettiva si crepano, il punto di fuga si allarga e viene giù
tutto insieme al Muro e il tempo ancora non si sblocca. Appena finito di
riporre Sartre (ma non Camus) e il nuovo ci investe con la taumaturgia della
New Frontier di Veltroni, il kennedismo vecchio di “soli”
quarant’anni-cifra tonda (ma senza la fortuna di un Lee Harvey Oswald che
ci graziasse di tanta lungimiranza da gambero) e l’iniezione di nuova
linfa vitale nelle ingessate articolazioni della sinistra a colpi di inglese
(con l’ I care in contrapposizione
all’ I couldn’t care less e la dialettica era tutta lì, tesi e antitesi a
guardarsi in cagnesco mentre la sintesi si stava preparando altrove) e la
videocassetta di Easy Rider con l’Unità. (And
these cocks si potrà dire ?).
Per questo, leggendo Marcel Veltroni o incrociando dai manifesti lo sguardo
sfatto di Bersani in maniche di camicia, quello che aveva rinnovato di qualche
lustro l’immagine del PD con Vasco Rossi ( “Voglio trovare un senso a questa
storia” dimenticando come continua la strofa ) – ma se non altro riportando gli
slogan alla lingua patria – non posso non sentire il soffio di giovinezza di
quegli anni, l’inscalfibile ingenuità fideistica di quelli che, partiti
all’inizio del secolo scorso con la certezza di avere in tasca i meccanismi
della storia si ritrovano cent’anni dopo ad arrancare col fiato corto, superati
da ogni genere di evento, senza aver capito il meglio e assecondando il peggio
dei propri anni.
Forse è anche per questo che i molti delusi dalla politica, i corteggiatissimi
indecisi degli ultimi giorni, non riescono a trovare differenze decisive fra i
principali leader dei due schieramenti (a parte il non vedere il mostruoso
conflitto d'interessi che sta da una delle due parti): per il loro rapporto
malato con il tempo. Rifuggito e negato da una parte a colpi di lifting e
illusorie iniezioni di vitalità somministrate da infermiere escort e igieniste
dentali; e perennemente rivissuto dall'altra, in bilico tra il come eravamo e
il come vorremmo essere sempre più portati a coincidere.
In entrambi i casi l’intatta vacuità di Forever young (Alphaville, 1984 e anche
loro in piena sfasatura temporale, con il nome che pesca direttamente nella
nouvelle vague), che non conosce Storia, storie e tantomeno sensi da cercare,
resta ancora la colonna sonora ideale per questo tempo malato, un tempo che è
il nostro. Cattiva musica per un cattivo tempo.
E ora potete riaccendere la luce e spegnere gli accendini.
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