domenica 9 febbraio 2025

Fort Zinderneuf

Il sole, naturalmente.

Appena posato il piede sull’ultimo gradino della scala ed uscito dal cono d’ombra dello spalto, la luce si diffrange in un’esplosione di schegge fra le ciglia socchiuse già pronte ad assorbirne l’urto; ma il cielo, non più limitato dal perimetro delle pareti del forte, incombe improvviso e definitivo come un mare capovolto dove si perdono schiume di nuvole.

Per quanto si sappia che sfuggirgli è impossibile, per quanto si sia cercato di rasentare i muri per raccogliere un’illusione d’ombra nelle poche decine di passi che separano dal posto d’osservazione, per quanti siano ormai gli anni che dura questo confronto, non si è mai interamente preparati ad incontrarlo ed ogni volta si emerge, vacillando, nell’ illimite. È un attimo: immediatamente l’occhio riprende una parvenza di possesso dell’orizzonte, fissa punti di riferimento immaginari sulla terra senza forma, traccia una precaria alidada imperniata sul calcio del fucile; è un attimo, sì; ma è uno smarrimento che non si riesce mai a vincere del tutto, un istante di incertezza sospesa, l’arma segreta della luce. Il sole, naturalmente. E il deserto.

Dopo che gli occhi si sono riappropriati dell’orizzonte, quando il quadrilatero del forte ed i suoi difensori catafratti ritornano ad essere tutt’uno con la distesa di sabbia e di luce come se fossero una naturale escrescenza della prima o una improvvisa solidificazione della seconda, si può finalmente rientrare nel proprio ruolo di vedetta, prepararsi a una vertiginosa economia di pensieri, a una vigile immobilità fatta di sguardi acuminati e pazienti, cicliche ricognizioni di una distesa indistinguibile di sabbia e rari palmeti.

Lo sguardo si affatica inutilmente tra le insenature alla ricerca del nemico, che pure deve esistere, perché senza di esso non avrebbe senso la nostra presenza qui. E quindi l’occhio prosegue nella ricerca dell’idea del tuareg, di certo riparato dalle dune più alte, come noi febbrile e determinato a resistere alla morsa del sole. Sicuramente i nostri sguardi si sono incrociati innumerevoli volte e solo la distanza ha impedito che l’uno si rivelasse specchio dell’altro, iride nell’ iride, dove riflettere identici smarrimenti, medesime inquietudini e simmetrici odii.
E viene il dubbio – subito ricacciato – che se potessimo leggere tutto questo ognuno negli occhi dell’altro, finiremmo col trovarci perfettamente equivalenti, tanto da poter invertire i nostri ruoli e scambiarci di posto, ché senza questo reciproco fronteggiarci cesseremmo di esistere.

Si può arrivare ad accettare il delirio dello sguardo come naturale, ad assorbire questa solennità di luce e di silenzio, ma occorre imparare la pazienza dello scorpione e l’immobilità vibratile della migale.
È soltanto restando immobili, o limitando al massimo gli spostamenti, razionando sforzi e movimenti, che si riesce a mantenersi in equilibrio fra il cielo e la terra. Confondere il bianco dell’uniforme con quello della calce alle pareti; farsi pietra e diventare tutt’uno con le merlature; lasciare che l’ombra della visiera del kepì che si allunga lentissima sul viso ci trasformi in meridiane viventi a segnare un tempo perfettamente circolare, il cui reale scorrere può misurare soltanto la duna e la sua natura di clessidra eternamente capovolta dal vento leggero che la disgrega e ricompone.
Il sole, naturalmente. E i ricordi.

I miei, ormai, sono tutti racchiusi in qualche foglio ripiegato nel taschino della giubba. Il deserto è una scuola di essenzialità, si impara subito a disfarsi di ogni zavorra, a farsi leggeri e fluttuanti come il turbinio della sabbia spazzata dal vento, l’unica cosa che si muova nell’aria pietrificata del mezzogiorno.

E alcuni ricordi non sono meno pesanti dei cannoni che presidiano i quattro angoli del forte, e sembrano affondare anch’essi nella sabbia, impossibili da smuovere, tanto che alla fine non si può fare altro che abbandonarsi, esausti, al loro fianco, a calcinarsi insieme a loro; perché il sole disgrega anche la memoria più tenace e restituisce la notte alla clemenza dell’oblio.
È solo per questo che siamo qui.

Soltanto quelli che hanno ceduto alla lusinga dell’esotismo non si trattengono oltre la ferma e sono la minor parte: questa lusinga, infatti, si rivela quasi subito per ciò che è: la prima delle infinite fate morgane che accompagneranno le lunghe ore di vedetta in questo niente che dissecca lo sguardo e asciuga i pensieri, scarnifica l’anima e la riduce all’essenza.

Tutti conoscono la leggenda della legione fantasma, a ciascuno è capitato di vedere, durante le marce delle interminabili perlustrazioni, il miraggio tremolante di un altro legionario camminargli accanto, silenzioso e trasparente nell’aria che ribolle. Guai a non prendere sul serio queste visioni, chiunque si sia trovato ad affiancare il suo camerata impalpabile e abbia inutilmente cercato di incrociarne lo sguardo perennemente in ombra sotto la visiera del kepì, sa di avere oltrepassato il limite invisibile che lo separa dalla vita precedente.

Alcuni vedono in queste misteriose rifrazioni un monito; altri una predestinazione. Ma i più non tarderanno a comprendere che si tratta soltanto dell’allontanarsi definitivo da sé di tutto quello che qui non serve più, corroso dalla sabbia e dal vento.

A volte, specialmente quando il sole è allo zenit e tutto intorno è una vampa vibrante e l’immobilità diventa paralisi, ho l’impressione che in realtà le dune non siano altro che gli infiniti frammenti di carta sbriciolati fra le mani di chi ci ha preceduto, dune già pronte a gonfiarsi dei fogli sminuzzati di coloro che ci seguiranno.
Dune di carta triturata fino a inghiottire l’orizzonte, wadi di lettere, colline mobili di diari, ondulazioni di fotografie sbiancate dalla luce che non trattengono più l’immagine di nessuno; ricordi sminuzzati, atomi di memoria disgregata che nessuno riuscirà a ricomporre e perciò finalmente inoffensiva.

Bisogna fare attenzione a queste fantasie meridiane; occorre stare in guardia di fronte alla monotonia accecante che assedia, febbrile e spietata non meno dei tuareg; e ogni volta si deve stringere il fucile un po’ più forte, costringere il formicolio delle dita a riprendere coscienza della presa sul metallo che scotta, sfiorare le labbra con la punta della lingua per accorgersi che l’orizzonte ancora ci separa dal sole e dal liquefarsi silenzioso della mente nel calore che freme.

Presto anche questi fogli ormai illeggibili, saranno abbandonati al vento e al deserto.
E al sole, naturalmente.

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