venerdì 2 maggio 2025

Resurrezione

L’avvocato Longhi posò il piede sull’ultimo gradino della rampa di scale, e fu sul pianerottolo.

Con la testa che gli girava per lo sforzo, i quattro piani che ancora gli bruciavano nei muscoli delle gambe, si appoggiò al corrimano muovendosi a piccoli passi sulle piastrelle lucide, verso l’appartamento di sinistra.

Aspettò per oltre un minuto che il respiro tornasse regolare, poi si asciugò la fronte con il fazzoletto mentre suonava il campanello.

“Sono io” si annunciò automaticamente ai passi della moglie in avvicinamento dietro la porta.

Il volto ancora umido dell’avvocato luccicava nel prisma di luce che si allargava mentre la moglie girava le chiavi nella serratura.

“Sei salito a piedi? Non funziona l’ascensore?” domandò.

“Funziona benissimo” rispose l’avvocato entrando. “Ho fatto le scale” spiegò con un sorriso stiracchiato mentre gettava le chiavi che non aveva usato nel kylix sopra la mensola dell’ingresso.

La moglie scosse la testa richiudendo la porta.

“A piedi? Tu? E come ti è venuto in mente?”. Le sopracciglia si erano curvate in un arco di perplessità, scavando trincee di rughe sulla fronte.

“Così” rispose il marito togliendosi il soprabito. “È da un pezzo che ci stavo pensando” aggiunse, poggiando le palme aperte sul ventre rigonfio, “e mi sono stancato di farmi venire l’affanno anche per allacciarmi le scarpe.”

Rimase a fissare per un po’ il globo di carne tra le mani, stringendosi tra i denti il labbro inferiore.

“Ho deciso fare un po’ di movimento, magari riesco a perdere qualche chilo. Così mi sono detto che da qualche parte dovevo pur cominciare e così ho preso le scale.”

Aggiunse, con un sorriso più disteso:

“Pensavo che sarebbe stato più difficile”

Si mosse verso il salotto, il respiro ancora pesante ma con il passo sempre più sicuro man mano che le gambe si sgravavano della stanchezza della salita. Sedette sul divano, sbottonandosi il colletto della camicia e allentando il nodo della cravatta socchiuse le palpebre.

“Vedi?” disse alla moglie senza aprire gli occhi. “Mi sembra di stare già meglio. È solo un fatto di abitudine, non ci si pensa ma basta così poco. Fa bene al cuore.” Allungò le gambe davanti a sé piegando la nuca all’indietro, 

“Abbiamo un’età… ho un’età” si corresse con un sorriso istantaneo “ in cui anche le piccole differenze contano”

Poi riaprì gli occhi, fissandoli sulla moglie che si era fermata presso lo stipite.

“Ecco, oggi mi sono deciso. Quando sarò più esercitato sarà tutto ancora più facile.” 

 “Ti porto un po’ d’acqua” disse la moglie, scuotendo la testa allontanandosi verso la cucina.

“Lo sai che sono impulsivo” rispose l’avvocato Longhi socchiudendo gli occhi, ormai solo a se stesso.

 

***

 

Fedele alla moglie per quella mancanza di fiducia in se stessi che asseconda la convinzione di non essere attraenti e che col tempo finisce per confermarla, l’avvocato Longhi non aveva mai cercato altre relazioni. Si accontentava, per usare le sue parole, di suscitare simpatia, quando capitava, sembrandogli eccessivo persino l’uso del verbo affascinare, che da solo aveva finito col prendere la forma di un intero periodo ipotetico dell’irrealtà nella sua grammatica interiore.

Da sempre corpulento, aveva lasciato che il tempo gli depositasse sulle guance e sul ventre nuovi strati di adipe, e in questo lento sprofondare in se stesso trovava giustificazione per la sua indolenza.

Ma nei giorni successivi aveva fatto di tutto per evitare di incrociare la dottoressa Monti con una cura sistematica che se era passata inosservata agli altri colleghi abituati a vederlo assorbito nel lavoro, non gli aveva permesso di ingannarsi a lungo sulla natura di quella evasività.

Da tempo abituato ai passi strascicati di Del Nero, al suo muoversi lento come se fosse sempre sul punto di tornare indietro a prendere qualcosa che avesse dimenticato, l’efficienza scattante dei tacchi della dottoressa Monti introduceva una novità nel suo spazio sonoro alla quale trovava difficile abituarsi. Quel percuotere regolare sul pavimento che la annunciava nel corridoio già un buon tratto prima che passasse davanti alla sua porta, seguito dallo schiocco deciso della suola gli faceva alzare più di una volta la testa dalla scrivania, come se ancora dovesse fare uno sforzo per identificare quell’anomalia ritmica in due tempi.

E avvertiva sempre più forte un senso come di separazione dolorosa nel lasciare che del suo tirocinio si occupasse il collega, si sentiva chiamato a una competizione non richiesta, inaspettata, dalla quale non sapeva ritirarsi senza tuttavia riuscire a parteciparvi.

Soltanto quando uscivano tutti insieme per la pausa pranzo, alla Mandragola, mentre la Monti la maggior parte delle volte se ne restava in ufficio o faceva un salto a casa per un pranzo veloce, tra i sarcasmi del cameratismo professionale l’avvocato Longhi riusciva a ritrovare quella serenità che lo riportava immediatamente alla sua sicurezza di primus  inter pares.

 

***

 

Del Nero lasciò che l’amico si sedesse al tavolino d’angolo nella saletta interna della Mandragola, si guardò intorno seccato, poi disse:

“Oggi c’è più casino del solito. Vado a prendere io le ordinazioni, se aspettiamo che qualcuno ci noti stiamo freschi. Per te il solito?”

“No” rispose Longhi. “Oggi non prendo niente. Solo un bicchiere d’acqua, grazie”

Del Nero nascose l’autentica sorpresa dietro alla caricatura di due occhi spalancati.

“Sono a dieta” si schermì Longhi. “Non c’è niente di strano”

“Per te sì che è strano. È la prima volta che ti sento usare quella parola. Spero che non sia per motivi di salute”

“Anche per quelli. Ma non sono importanti. Almeno non ancora. Aspetta “disse, richiamando con la mano un cameriere che passava lì accanto. “Per te il solito?”

L’altro accennò di sì.

Del Nero si sedette. “Be’ mi dispiace che tu non mi faccia compagnia. Magari qualcosa di leggero, che ne so, un’insalata?”

Longhi alzò le mani verso di lui, con le palme aperte “Niente, grazie”

“E così sei a dieta. Da quando, se posso chiedere?”

“Non da molto in effetti” rispose guardandosi le mani. “Ma non è una notizia così importante, capita a tanti. In fondo non sarà più dura dello smettere di fumare”

 

Del Nero portò il tramezzino alla bocca senza addentarlo.

“Ma davvero non hai problemi? È successo qualcosa?”

“No, no. Cioè si, ma non è niente di grave. Anzi.”

“Dunque qualcosa di buono ogni tanto capita anche a te. Allora mi sento meno in colpa se mangio solo io.” disse Del Nero dando il primo morso.

Longhi bevve un sorso d’acqua, si asciugò a lungo con un tovagliolino di carta come per darsi un contegno.

“Scusami se te lo chiedo” disse con un tremolio nella voce “Vedi ancora quella tua amica?”

Del Nero posò il panino nel piatto.

“Quale amica, Marcella? Sì, ogni tanto. Perché me lo chiedi?”

L’avvocato abbassò lo sguardo, insieme al tono di voce, gli occhi che scintillavano.

“Non lo so. Per capire come ci si sente. Ma non che voglia farmi gli affari tuoi.”

Del Nero si accarezzò i baffi.

“Come ci si sente… ad avere una relazione intendi? Mah… come vuoi che ci si senta? Una volta, quando non ce ne sarebbe stata necessità ti avrei detto più vivi. Adesso non so, forse vivi e basta, sto imparando che i superlativi appartengono alla gioventù. Certo che oggi sei strano, però.” disse riprendendo a mangiare.

“Scusami. Sto facendo discorsi assurdi.” rispose fissando il bicchiere vuoto.

“Posso prendere un po’ della tua minerale?” riprese. “Stavo pensando a come reagirebbe Enrica se succedesse a me. Di avere un’amante, intendo.”

“Tua moglie? Non sopravvalutarti. È probabile che farebbe finta di niente.” rispose Del Nero. “Per come la vedo io i soli matrimoni che funzionano sono quelli d’interesse.  Il difficile è fare in modo che gli interessi reciproci rimangano invariati. Ma non più difficile che mantenere vivo un sentimento”

“Non è vero. Ce ne sono anche altri che funzionano”

“No, non è che funzionino. Quelli si limitano a durare. È diverso”

“Non ti facevo così cinico” disse Longhi dopo aver riempito di nuovo il bicchiere.

“Il cinismo è la conquista naturale della maturità. È un superlativo assoluto.” rispose Del Nero appallottolando il tovagliolo nel piatto al centro del tavolo.

“Hai detto che è un atteggiamento della gioventù.”

“Infatti, è un atteggiamento. A quarant’anni è una difesa, a sessanta resta poco da difendere” disse Del Nero accennando ad alzarsi.

Longhi lo seguì, poi gli mise una mano sul braccio.

“Credo di essermi innamorato. Ma forse è presto per parlarne.” sussurrò.

Questa volta non c’era simulazione negli occhi spalancati dell’avvocato Del Nero.

“Tu? Non è possibile… “

“E io che credevo che ci fosse un tempo per ogni cosa” disse Longhi sforzandosi di trattenere un sorriso che sentiva infantile.

“Il guaio è che è proprio così.” disse l’avvocato Del Nero tirando fuori il portafogli dalla giacca. “Solo che le cose si ripetono, il tempo no. La conosco?”

“No.” si affrettò ad aggiungere l’avvocato Longhi.

 “Comunque per me, è una specie di resurrezione” aggiunse, fissando un punto indefinito sopra la spalla dell’amico.

 

***

 

Rientrato allo studio, solo, alla scrivania, le braccia incrociate poggiate sul piano lucido di cristallo, l’avvocato fissava un ricamo del tappeto attraverso il vetro. Le losanghe colorate si sovrapponevano all’immagine riflessa del viso rotondo, quasi esattamente sotto le guance, riportandogli l’espressione di un clown stanco e appesantito, un Arlecchino sfigurato dall’adipe. Rimase qualche minuto a contemplare quel ritratto bizzarro, scrutandone ogni deformità, esplorando le macchie di couperose sugli zigomi e intorno alla base dal naso largo e appiattito. Inclinò più volte la testa per osservarsi da angolazioni differenti, come chi cerchi di ritrovare in una fisionomia incerta un nome conosciuto, ma la superficie restituiva solo un caleidoscopio di volti.

Non riusciva a interrompere quello scrutarsi ossessivo, a rinunciare alla punizione di quel riflesso. Si afferrò il labbro inferiore con il pollice e l’indice, tirandolo e storcendolo, come se stesse abbozzando sulla sua pelle il disegno di una nuova maschera, truce, grottesca. Poi smise di tormentarsi il viso, i lineamenti tornarono a distendersi. 

Soltanto gli occhi erano ancora capaci di lampi improvvisi. Anche se da tempo affossati nella carne flaccida del volto e rimpiccioliti dalle palpebre rigonfie, sotto l’arco delle sopracciglia scure gli sembravano ancora espressivi, capaci di guardare e non soltanto di vedere. Come se fossero gli occhi ad impadronirsi delle cose e ad animarle, a tirarle verso di sé come credevano gli antichi.

Guardò la fede all’anulare sinistro. La carne le era cresciuta attorno, gonfiandosi al punto che toglierla sarebbe stato impossibile. 

Dimagrire fino al punto in cui gli sarebbe riuscito di sfilarla, quello sarebbe stato il nuovo limite da raggiungere.

 

***

 

Ansante, seduto sulla panchina sotto ad un tiglio del parco, l’avvocato Longhi guardava gli altri corridori sfrecciargli accanto a velocità sostenuta. Per quanto il suo passo non fosse stato per forza di cose molto affrettato, già dopo un paio di giri lungo la pista in terra battuta che avvolgeva il parco aveva sentito il bisogno di sedersi.

Aspettò a lungo che il respiro tornasse regolare, mentre con la mano si massaggiava ripetutamente la gola come per lenire una immaginaria sensazione di soffocamento. E mentre i contorni delle siepi davanti a lui si facevano più chiari davanti agli occhi velati di sudore, avvertì l’irrazionale enormità dell’impresa che si era proposto e ne fu spaventato.

Recuperò il fiato e si alzò dalla panchina, deciso a fare qualche altro giro semplicemente camminando. E mentre si avviava a passi ancora incerti, provò ad immaginarsi negli occhi della donna che correndo gli stava venendo incontro, i capelli legati a coda e una bandana sulla fronte a raccogliere il sudore; ma quando gli passò accanto con un sibilo d’aria e un aroma di deodorante, l’avvocato Longhi comprese che quello sguardo lo aveva attraversato come fosse fatto d'aria

 

***

 

Quella notte la stanchezza nuova nelle gambe gli impedì di riposare. Sentiva il respiro regolare della moglie addormentata su un fianco e scrutava nella penombra il profilo di quel corpo solo leggermente appesantito dagli anni con un’invidia malinconica. 

Avrebbe voluto svegliarla ma poi non avrebbe saputo che dirle. Forse lei avrebbe riso di quell’inquietudine o avrebbe alzato ancora gli occhi al cielo. O forse si sarebbe riaddormentata subito, lasciandogli credere di averlo ascoltato.

Si posò le mani sul volto, premendole leggermente, per sentirle sprofondare nella carne molle delle guance, e mentre premeva gli sembrò che l’osso dello zigomo fosse irraggiungibile; poi lasciò scorrere le palme fin sotto al mento, tastandone la consistenza, piegando la testa in avanti fino farlo dilatare in una massa compatta che si confondeva con il collo e le mascelle.

Lentamente, scostò le lenzuola, e prese a strisciare fuori dal letto, facendo attenzione a non svegliare la moglie. In punta di piedi raggiunse il bagno.

Con il piede nudo fece uscire la bilancia da sotto la scarpiera e, nella luce fredda del neon, vi montò con la sensazione di salire l’ultimo gradino del patibolo, inspirando istintivamente e trattenendo l’aria nei polmoni, aspettando la sentenza dello strumento. Poi guardò la lancetta, dopo una brusca accelerazione, assestarsi sulle tre cifre che lo condannavano all’obesità perpetua.

Nascose nuovamente la bilancia, spense la luce e ritornò in camera. Con la stessa cautela con cui ne era uscito si reinfilò sotto le coperte, accanto alla moglie ancora assopita.

“Non ce la farò mai.” sussurrò nel buio.

 

***

 

Era passato poco più di un mese. Davanti allo specchio del bagno, cercava sul viso le tracce di un’espressione che non rendesse ridicolo quello che avrebbe voluto dire. Iniziò con lo schiarirsi la voce a capo chino, alzandolo fino a fissare il riflesso delle pupille scure.

“Elena, devo dirti una cosa...”

Ma la mascella era troppo rigida, lo sguardo troppo fisso, gli occhi innaturalmente spalancati. Deglutì, poi riprese ad osservarsi. Il collo tenuto basso dall’abitudine a una simulata goffaggine gonfiava ancora di più il doppio mento. Lo rialzò quel tanto per ammorbidirne i lineamenti, poi provò a mettersi di tre quarti:

“Elena, devo dirti una cosa…”

Ma non sembrava che andasse meglio. Solo l’intonazione della voce era più sicura, decisa ma non grave. Ma che bisogno aveva di studiarsi in quel modo?

Sedette sul bordo della vasca, fissando le punte delle scarpe.

“Non ha senso.”

Si rialzò, poggiando le mani sul lavabo. Il rubinetto gocciolante gli fece venire in mente una clessidra ad acqua. Chiuse gli occhi.

“Ti amo” disse con un filo di voce.

 

***

 

L’infarto lo artigliò all'improvviso, mentre affrontava la terza rampa di scale, rincasando una domenica mattina di inizio primavera.

Ebbe appena il tempo di aggrapparsi al corrimano per cercare di alleviare quello che dapprima era sembrato un ansito più profondo subito trasformato nell’aritmia violenta di una immotivata agitazione e infine esploso in un dolore acuto che aumentava di intensità mentre la sorpresa iniziale si faceva incredulità e poi sgomento; incespicò sui primi gradini, scivolando lentamente verso il pianerottolo, il corpo frenato dalla presa ancora salda delle mani sulla ringhiera.

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