R. è un’amica che per vicissitudini che non vale la pena raccontare (vedere alla voce “farsi i fatti propri”) è uscita dal grandangolo della mia vita. Una ex amica, diciamo; e diciamo pure una ex amica-amica non intendendo altro tra noi che un rapporto basato solamente su consonanze spirituali, interessi mediamente comuni, letture condivise ma diversamente interpretate e massime sguardi radicalmente diversi sull’esistenza e sul suo significato (quasi nullo per me, complicato da spiegare per lei ma sempre fonte di meraviglia e soprattutto di sfide da affrontare) che hanno impedito fin da subito che la conoscenza potesse diventare qualcosa di più (o di meno, a seconda dei punti di vista).
Perciò era inevitabile che il tempo ci allontanasse silenziosamente, ciascuno ripromettendosi di farsi vivo una volta o l’altra ma troppo orgoglioso per farlo davvero e dover ammettere che in fondo si tratterebbe di una forzatura essendo passato troppo dall’ultima telefonata e dall’ultima e-mail.
Un po’ me ne dispiace perché R. è una persona davvero notevole, che ha trasformato il suo diploma di pianoforte e la laurea in lettere in due formidabili strumenti culturali che l’hanno portata molto lontano nella gestione (odio la parola management e pure gestione non sta in cima alla classifica delle simpatie) di eventi musicali in tutto l’orbe e non è da chiunque avere su whatsapp il profilo di un’amica (o ex amica) in compagnia di Laurie Anderson o ricevere le ultime notizie sulla depressione di Michael Nyman.
Anche lei – come me – ha fatto i conti con il proprio dimezzato talento dopo essersi scontrata con quel capolavoro sull’annichilimento dell’ambizione che è Il soccombente di Thomas Bernhard ma a differenza di me è riuscita a trasformare una mancanza (il talento necessario ad essere, per dire, una Martha Argerich) nel complemento della letteratura e costruire qualcosa di nuovo mettendo insieme parti incomplete di qualcos’altro; mentre io sono bernhardianamente soccombuto. (Sì, lo so che non si dice ma posso sempre sostenere che scrivo dal telefonino e che il mio correttore ortografico è creativo con i participi passati dei verbi difettivi.)
No, non l’ho conosciuta qua dentro; forse ad alcuni non sembrerà ma ho persino una vita reale e nella vita reale succede anche di conoscere persone così per quanto ci si muova in different circles (e pure qui vedere la voce “farsi i fatti propri”) e insomma galeotta fu una citazione casuale di Julio Cortàzar.
(Come nota a margine, sentirsi dire sei il primo uomo che conosco ad aver letto Cortàzar per quanto solletichi l’ego non darebbe comunque la stessa soddisfazione di, poniamo, sei il primo uomo che è riuscito a farmi dire “basta”. Per dire che non sempre la cultura è quella gran cosa che sembra e se qualche ministro ha dubitato che serva a dar da mangiare, con la patata è pure peggio.)
E con questo pensavo di essermela cavata alla grande, visto che eravamo vis-à-vis, non dietro a uno schermo e googlare era fuori discussione: tutta farina del mio sacco neuronale, coordinamento di dendriti e allineamenti di sinapsi pronte a citare le storie di Cronopios e Famas, Occhi di cane azzurro, Le Menadi e via elencando.
Ora, ho sempre pensato che la fissa del voler dimostrare di avercelo più grosso (soprattutto - se non esclusivamente - in senso metaforico) sia una malattia tipicamente maschile, per via di certe percolazioni di testosterone che non avendo occasione di riversarsi vigorose negli alvei dell’eros si accontentano di sciaguattare nei dintorni dell’ippocampo; e invece no perché R. ha dato subito battaglia.
E intendo proprio dire battaglia, in senso competitivo, quasi un poco aggressivo; come se incontrare il primo uomo nella (nella, non della) sua vita ad aver letto Cortàzar potesse gettare un vago chiarore di riscatto nei confronti della categoria e lei non potesse accettarlo.
È finita pari, ma ce n’è voluta; ed è mancato poco che partissimo dalla Carta Capuana anche se abbiamo costeggiato il Beowulf e il Chin p’ing Mei, il cinema di Greenaway e la Spira Mirabilis (con l’ex aequo di lei che si riferiva ad un ensemble di musica da camera ed io alla comunissima spirale logaritmica ma qui ci eravamo già addentrati nei rispettivi campi specialistici, non validi ai fini del punteggio).
Il pareggio mi ha fatto guadagnare un invito a pranzo, evento che non credo capiti spesso nella storia delle relazioni interpersonali extralavorative di R., evento che dovrei provvedere a far autenticare da un notaio nel caso in cui i suoi futuri biografi cercassero di sciogliere il dilemma se R.Z. abbia mai avuto modo di considerare un uomo qualsiasi un aspirante parigrado. Per inciso non si può vincere con R. perché non basta conoscere la tal cosa, occorre dimostrare di averla capita e naturalmente la tua comprensione sarà sempre carente rispetto alla sua, il che a volte la induce a concludere magnanima è più complicato di così ma ne riparleremo e l’ultima cosa di cui vorresti riparlare è il bilanciamento tra eros e agape e quanto il secondo concorra a mantenere il primo da Socrate al Marchese De Sade.
O viceversa perché di sicuro è più complicato di così.
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