domenica 17 aprile 2022

L'uomo si tiene per la gola ma io preferisco le tette

Credo di essere stato l’unico, fra tutti quelli che hanno fatto il militare di leva dai tempi della creazione del Regio Esercito, ad aver apprezzato la cucina di caserma.

So che in tutti i racconti che riguardano disavventure di naja non manca mai un riferimento a quanto fosse immangiabile il vitto e di come di volta in volta il narratore lo giustifichi con le ragioni più immaginifiche e inverosimili, dal valore nutritivo dei topi morti all’occultamento dei cadaveri di vittime di nonnismo nel ragù. 

Eppure io stesso ricordo gli sguardi tra il basito e lo schifato dei miei commilitoni rivolti più che alle bistecche troppo dure o alle pastasciutte scotte regolarmente messe da parte, alle mie mandibole che masticavano tranquillamente il cibo con passabile soddisfazione. Nei casi più abietti arrivavo a fare scarpetta con i resti di ciò che veniva spacciato per spezzatino, cosa mai vista dalla fondazione del Reggimento.

Il perché di tanta incredulità è presto spiegato: i miei colleghi di naja non avevano una madre come la mia. Eravamo fratelli di sventura, ma non di sangue. 

Sono certo di essere il figlio (fortunatamente unico, e lo dico a nome degli Ungeborene) della sola emiliana che non sappia cucinare e non abbia mai fatto nulla per imparare. E non mi riferisco ai tortelli con la coda o al brodo in terza: intendo qualunque cosa richieda una preparazione più sofisticata del pinzimonio. 

A questo si deve aggiungere che per molti cresciuti dalle mie parti, la famiglia era in genere composta da madre cattolica (di tendenze di solito progressiste e vaticano-seconde), padre comunista (che gli anni e la disillusione hanno trasformato in un quieto socialdemocratico salvo rigurgiti di brigatismo all’apparire in TV dei vari Cicchitto e Capezzone, ma questa è un’altra storia) e figli in anarcoide equidistanza. 

Tutto ciò per spiegare come pur partendo da posizioni politiche diverse, entrambi trovavano un accordo perfetto (credo fosse l’autentico fondamento di molti matrimoni) sull’assoluta inutilità del fornire al pane quotidiano un dignitoso companatico: da una parte perché la rivoluzione non è un pranzo di gala e il guerrigliero sopravvive centellinando razioni K; e dall’altra perché “in Africa i bambini muoiono di fame e tu stai a fare il difficile” (rectius: choosy) di modo che per me il concetto di convergenze parallele ha sempre avuto un’aria di famiglia.

In particolare, mia madre era una spartiate gastronomica – i cui menu non avrebbero sfigurato nelle cucine della Lubjanka ai tempi della Ežovščina – che ha cresciuto un vero uomo, temprato a tutte le asprezze della vita moderna, che sa affrontare con olimpica indifferenza mense aziendali, cene di lavoro, luncheon meetings, ricoveri della Caritas , la già citata mensa militare, digiuni e marce nel deserto da far impallidire Lawrence D’Arabia, tanto che quando mi capitò di leggere nel manuale di sopravvivenza dei Marines dei vari modi di procurarsi il cibo in situazioni d’emergenza, mi parve francamente pensato da dilettanti.

Ovvio che abbiano perso quasi tutte le guerre dal Vietnam in poi. Di sicuro i Vietcong mangiavano chez maman Rosa e i risultati si sono visti.

 Perché il cibo non è solo nutrimento, il cibo è soprattutto Etica e Maieutica: mangiare a casa mia era un allenamento filosofico. All’ennesima citazione di bambini del Biafra o del Mozambico davanti al mio caparbio tagliuzzare la crosta bruciacchiata della pizza per separarla dal resto, io imparavo a rispondere di stare appunto mettendo da parte il cibo per sfamarli – e a beccarmi del disgrassiè anziché essere apprezzato come precoce dialettico.

Ma si sa che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna che non sa cucinare.

 Se tutto questo fa sicuramente curriculum per entrare nella Legione Straniera, non si può negare che abbia qualche effetto collaterale nell’ambito della vita sociale, dato che è noto fin dai tempi di Platone che il Simposio è un ritrovo di ubriaconi che socializzano gozzovigliando e palpeggiando giovinetti/e e che a certi livelli di sofisticazione sociale, se non sai parlare con proprietà di anatre all’arancia o cailles en sarcophage, non ti si filano neppure se sai citare a memoria tutta la Recherche pur non avendo mai assaggiato una madeleine che fosse una.

Ecco perché quando mi chiedono “cosa mangi di buono stasera” rispondo sempre con nome, grado e numero di matricola: altro non posso e non voglio dire nemmeno sotto tortura.

 

Per questo i miei tradimenti più inconfessabili hanno riguardato sempre la cucina piuttosto che il talamo.

Ho ingannato per anni fingendo di distinguere un Potage Colbert da una Soupe à l'oignon gratinée per non ferire chi metteva il suo affetto anche nell’attenzione con cui si prepara un pranzo speciale per un’occasione particolare – senza sapere che “particolare” era per me l’essermi ricordato dell’occasione – e così tradivo: come l’infame che chiude gli occhi con la propria compagna immaginandosi la Ferilli, io mi abbrutivo lodando qualsiasi cosa si trovasse nel piatto, con le papille gustative ormai anestetizzate da anni dei famigerati polpettoni di avanzi di Mamma Rosa.

L’uomo si tiene per la gola, ma io preferisco le tette. 
Sono traumi dell’infanzia, cercate di capire.

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