Credo di essere stato l’unico, fra tutti quelli che hanno fatto il militare di leva dai tempi della creazione del Regio Esercito, ad aver apprezzato la cucina di caserma.
So che in tutti i racconti che riguardano disavventure di naja non manca mai un riferimento a quanto fosse immangiabile il vitto e di come di volta in volta il narratore lo giustifichi con le ragioni più immaginifiche e inverosimili, dal valore nutritivo dei topi morti all’occultamento dei cadaveri di vittime di nonnismo nel ragù.
Eppure io stesso ricordo gli sguardi tra il basito e lo schifato dei miei
commilitoni rivolti più che alle bistecche troppo dure o alle pastasciutte
scotte regolarmente messe da parte, alle mie mandibole che masticavano
tranquillamente il cibo con passabile soddisfazione. Nei casi più abietti
arrivavo a fare scarpetta con i resti di ciò che veniva spacciato per spezzatino,
cosa mai vista dalla fondazione del Reggimento.
Il perché di tanta incredulità è presto spiegato: i miei colleghi di naja non avevano una madre come la mia. Eravamo fratelli di sventura, ma non di sangue.
Sono certo di essere il figlio (fortunatamente unico, e lo dico a nome degli Ungeborene) della sola emiliana che non sappia cucinare e non abbia mai fatto nulla per imparare. E non mi riferisco ai tortelli con la coda o al brodo in terza: intendo qualunque cosa richieda una preparazione più sofisticata del pinzimonio.
A questo si deve aggiungere che per molti cresciuti dalle mie parti, la famiglia era in genere composta da madre cattolica (di tendenze di solito progressiste e vaticano-seconde), padre comunista (che gli anni e la disillusione hanno trasformato in un quieto socialdemocratico salvo rigurgiti di brigatismo all’apparire in TV dei vari Cicchitto e Capezzone, ma questa è un’altra storia) e figli in anarcoide equidistanza.
Tutto ciò per spiegare come pur partendo da posizioni politiche diverse,
entrambi trovavano un accordo perfetto (credo fosse l’autentico fondamento di
molti matrimoni) sull’assoluta inutilità del fornire al pane quotidiano un
dignitoso companatico: da una parte perché la rivoluzione non è un pranzo di
gala e il guerrigliero sopravvive centellinando razioni K; e dall’altra perché “in
Africa i bambini muoiono di fame e tu stai a fare il difficile” (rectius:
choosy) di modo che per me il concetto di convergenze parallele ha
sempre avuto un’aria di famiglia.
In particolare, mia madre era una spartiate gastronomica – i cui menu non avrebbero sfigurato nelle cucine della Lubjanka ai tempi della Ežovščina – che ha cresciuto un vero uomo, temprato a tutte le asprezze della vita moderna, che sa affrontare con olimpica indifferenza mense aziendali, cene di lavoro, luncheon meetings, ricoveri della Caritas , la già citata mensa militare, digiuni e marce nel deserto da far impallidire Lawrence D’Arabia, tanto che quando mi capitò di leggere nel manuale di sopravvivenza dei Marines dei vari modi di procurarsi il cibo in situazioni d’emergenza, mi parve francamente pensato da dilettanti.
Ovvio che abbiano perso quasi tutte le guerre dal Vietnam in poi. Di sicuro
i Vietcong mangiavano chez maman Rosa e i risultati si sono visti.
Ma si sa che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna che non sa cucinare.
Ecco perché quando mi chiedono “cosa mangi di buono stasera” rispondo sempre
con nome, grado e numero di matricola: altro non posso e non voglio dire
nemmeno sotto tortura.
Per questo i miei tradimenti più inconfessabili hanno riguardato sempre la
cucina piuttosto che il talamo.
Ho ingannato per anni fingendo di distinguere un Potage Colbert da
una Soupe à l'oignon gratinée per non ferire chi metteva il suo affetto
anche nell’attenzione con cui si prepara un pranzo speciale per un’occasione
particolare – senza sapere che “particolare” era per me l’essermi ricordato
dell’occasione – e così tradivo: come l’infame che chiude gli occhi con la
propria compagna immaginandosi la Ferilli, io mi abbrutivo lodando qualsiasi
cosa si trovasse nel piatto, con le papille gustative ormai anestetizzate da
anni dei famigerati polpettoni di avanzi di Mamma Rosa.
L’uomo si tiene per la gola, ma io preferisco le tette.
Sono traumi
dell’infanzia, cercate di capire.
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