Ogni volta che provo a rimettere ordine fra le trincee di dischi che si contendono ai libri il sovraffollamento delle mie stanze, un CD regolarmente resta al di fuori dalle operazioni di raccolta e rastrellamento. È un disco casereccio, autoprodotto, che non si trova nei negozi e neppure su Youtube.
Non ha copertina, neppure artigianale, solo la scritta a pennarello nero sulla
custodia: Quintettino ed altre meraviglie. Il
titolo e la grafia sono miei anche se risalgono al tempo in cui avrei potuto
trovarne uno differente, tu dovresti saperlo, conoscevi le mie frasi double face, eri l’unica a capirle
al volo; ovviamente le meraviglie erano mascherate come la lettera nascosta di
Poe ovvero in bella vista; ma basta spostare l’accento di quelle meraviglie dal resto
indifferenziato (ma c’erano Brad Mehldau e Stefano Bollani fra quell’altro,
buttameli via…) al Quintettino e
alla sua crooner per risolvere l’enigma.
Mimetismo anche questo e di basso conio, ma era come se già allora sapessi che
avrei dovuto difendermi dalla tua voce nascondendola fra altre, mettendola in
parentesi.
E in particolare, dalla tua voce che canta questa canzone famosissima,
sospesa e inesauribile.
Soprattutto perché sì, avevi un pubblico quella sera, ma il destinatario ero io
dal momento che quel brano nella scaletta non c’era.
Una Fotografia, con dedica. Almeno così mi piace ricordarla e così la ricordo.
E come allora -- ancora per una volta
-- tua la voce, mie le didascalie.
Eu, você, nós dois
E c’è voluto il legato della tua voce per unire due solitudini irriducibili sia
pure per un istante sul bilico del fine strofa, in un punto precario d’arrivo
che subito revolve in versus.
Lo so, è una storia che chiunque al posto mio si sarebbe raccontato fors’anche
con parole migliori, ma dopo aver preso fiato per l’attacco non hai più
distolto gli occhi dai miei, la voce era notturna e malinconica, bourbon,
risacca e feuilles mortes.
Ho imparato a non fidarmi dei miei occhi. Ho uno sguardo cubista che rifrange quel
che vede e lo ricompone in una geometria fitta di scarti e chiaroscuri, in cui
alla fine quello che risalta è l’occhio che guarda e tutto il resto è puro
pretesto. Ma l’udito no, l’udito ha sempre avuto una sua autonomia
percettiva, la mia è essenzialmente una memoria sonora, se assegno una voce a
quello che leggo non mi esce più di mente.
Le mie parole-pretesto e la tua voce para-testo, ovvio che gli altri non
capissero.
E il chitarrista, spiazzato, arrancava sugli arpeggi; accompagnare i tuoi
vibrati lentissimi, quella sera, richiedeva altre chiavi, differenti
accordature.
Aqui neste terraço à beira-mar
Non c’era propriamente il mare nelle nostre vite, il mio è sempre stato quello
immaginoso di Stevenson o quello sapienziale degli Ulissidi e il tuo era quello
febbricitante di Achab; potremmo dire il Mare con la
stessa incredula semplificazione con cui altri direbbero l’Universo e il salmastro lo
avremmo tutt’al più trovato nelle lacrime anche se piuttosto che ammetterlo ci
saremmo fatti ammazzare.
Per questo mi è facile ritrovarmi in quella terrazza affacciata su di un mare
che non esiste più, è una terrazza metafisica che pencola sul kòsmos, è l’isola
di Prospero che dà ricetto ai naufraghi.
E torna anche stavolta questa mia parola-feticcio, ché quello siamo stati; per
qualche tempo aggrappati allo stesso troncone d’albero prima che le correnti ci
separassero.
In fondo eri stata tu a vincere le mie perplessità, ci
facciamo un po’ di bene avevi detto, ed erano parole che si possono
pronunciare solo su una zattera alla deriva.
Lo sapevo che sarebbe finita male, come altro potrebbe finire su una zattera ?
A noi è andata nel modo peggiore: ci hanno tratti in salvo.
O sol já vai caindo
E o seu olhar
Parece acompanhar a cor do mar
E invece era il tuo lo sguardo che aveva il colore del mare. Era difficile da
vedere, ci si doveva avvicinare molto perché i tuoi occhi sono due fessure che
sembrano proteggere le iridi da un sole troppo intenso e a volerne definire le
sfumature ci vorrebbe una tavolozza che non possiedo. Certo, il verde -
altrimenti che mare sarebbe - ma con una scontornatura dorata intorno alla
pupilla, come una corona solare che si poteva cogliere al crepuscolo,
nell’intimo, quando O sol já vai caindo.
Anche questo ho visto; anche questo non ti ho mai detto; o se l’ho detto,
l’ho rimosso.
Você tem que ir embora
A tarde cai
Em cores se desfaz
Escureceu
C’era ogni volta qualcuno sul punto di partire, e quasi sempre quel qualcuno
ero io. La distanza, i tuoi concerti, i miei
giorni risicati delle ferie e i fine settimana precipitosi sul Frecciarossa
lasciavano continuamente in sospeso un dialogo già frammentario di suo.
E ben poco la sera poteva disfare nella luce già virata in seppia dal perimetro
dei coppi di Montesacro, prima di spegnerla dietro piazza Sempione;
giusto scurirla a poco a poco, spennellando via una tinta dopo l’altra, un
colore dopo l’altro e all’improvviso era buio: solo il tuo riflesso tenue sui
vetri della finestra mentre guardavi Roma inabissarsi nella notte, i fantasmi
tenuti a bada a fatica dal sax di John Coltrane in loop.
E al buio, anche ora, è bene lasciare altre trascurabili urgenze del
cuore.
O sol caiu no mar
E aquela luz lá embaixo se acendeu
Você e eu
Ma riuscivamo sempre a fare a meno delle coreografie dell’occaso: spesso l’orizzonte fosforescente della
Nomentana era tutta la luce che ci serviva; e se non fosse bastata l’avremmo
cercata nell’altrove che credevamo di essere Você e eu, quando
si poteva ancora dire nós dois ed
essere sicuri di avere trovato una sintesi.
Eu, você, nós dois
Sozinhos neste bar à meia-luz
E uma grande lua saiu do mar
E chi la chiama saudade e chi blue note; io l’ho chiamata con una
parola bellissima e pertinente ogni volta che pronunciavo il tuo nome. Ma
ovviamente non te l’ho mai detto, c’è un limite anche all’abusare del
sentimentalismo e nós dois ci facevamo un punto
d’onore nell’aborrirlo. Ma certe cose si possono dire – pur soltanto à meia-luz – quando si è soli a
correre il rischio di apparire ridicoli e magari si è esagerato un po’ a
spillare dal barilotto di Amontillado.
Eh sì, l’intera serata al Ghetto a parlarci – sozinhos
- con le citazioni da Poe e tutta l’allegra brigata degli happy
few, ancora mi ricordo, si scherzava per dire sul serio ma non saprei dire se
abbiamo scherzato troppo o siamo stati troppo seri.
Parece que este bar
Já vai fechar
No, non poteva chiudere il bar, perché c’eri tu a cantare e io un po’ defilato
ad ascoltare, non proprio in fondo, avevo scelto un tavolino di seconda fila,
gli occhi come un uccello impazzito che sbatte contro i vetri per riguadagnare
il cielo rimbalzavano dal bicchiere all’ovale del tuo viso infiammato dal
riflettore puntato male, il chitarrista didascalicamente cane nella
cadenza improvvisata.
Ma la voce.
Potrei riascoltarla, volendo. Basterebbe infilare il disco nel lettore e puntare
su Fotografia nell’interpretazione di
Diana G., non l’ho più fatto da allora, non lo farei adesso e giurerei che non
lo farò mai perché una fotografia che si possa ancora guardare senza sentire i
morsi del rimpianto non è fotografia, ma illustrazione didascalica del presente.
Meglio lasciarla ingiallire serenamente; e poi a guardarla si tradirebbe il
senso della canzone.
C’è voluto del tempo ma alla fine ci sono arrivato.
E há sempre uma canção para contar
Aquela velha história de um desejo
Vecchia, vecchissima eppure fondante. Come fai a raccontare una storia così
appesantita di secoli e sempre uguale a sé stessa? Per quello servono le canções, a quello è servita la tua
voce, il fuori programma di quella sera di inconsapevoli che applaudivano ed io
che cercavo inesistenti granelli di polvere negli occhi, e avrei voluto alzarmi,
sfidare il ridicolo e zittire tutti perché il testo era chiarissimo: nós dois / sozinhos, perciò che
diavolo ci faceva tutta quella gente, chi l’aveva fatta entrare, che diritto
aveva di partecipare alla tua mise en abyme ?
Ma anche questo è il bello delle canções: che
ciascuno ci trova quello che vuole, o quello di cui più ha bisogno.
Vale anche per me ovviamente, ma non quella volta. Quella volta no; e neppure
questa.
Que todas as canções têm pra contar
E non solo le canzoni, ma pure le lettere e le pagine di diario a quattro mani,
il nostro fendere Roma stralunati e analitici come Walter Benjamin i Passages di Parigi, la rosa e il mazzo
di libri in via Nazionale, la solitudine del Bersagliere a Porta Pia ad
aspettare l’autobus insieme a noi nella canicola sotto il sole demente, il suo
bronzeo correre surplace sembrava la metafora del nostro inseguirci restando
fermi.
Ne ridemmo: ma lui è ancora lì ( Nulla resiste al Bersagliere
recitava l’iscrizione al basamento ) mentre noi stiamo sfrecciando in altre
direzioni.
E veio aquele beijo
E solo una canzone che bandisce la parola amore
potevi dedicarci, a noi che quella parola non abbiamo mai usata, o forse
sì, un paio di volte, subito seppellita sotto un cumulo di ironia, pensavamo
che l’ironia fosse un fertilizzante e invece era solo letame, ma questo si è
imparato dopo, col senno di poi che riempie le fosse e secca i dotti lacrimali;
c’era la lungimiranza degli sconfitti nella
tua interpretazione, nell’infilare un incongruo Carlos Jobìm in una serata classical
jazz, proprio tra My Foolish Heart e Love Is Here To Stay, una parentesi
presàga, o magari no: solo un omaggio al nostro vivere di ricordi, fossero pure
inventati o ricostruiti a posteriori per millantare un equilibrio che non
abbiamo mai avuto.
Dunque meglio scattarla subito, quella Polaroid, e non pensarci più.
O pensarci per sempre: a questo in fin dei conti servono le fotografie.
Aquele beijo
Aquele beijo
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