sabato 15 febbraio 2025

Le parole degli altri

 

Il temporale ormai è un brontolio nella distanza; la pioggia è andata a scaricarsi altrove oltre le colline e la luna è una medusa dissolta in una opalescenza diffusa dietro le nuvole.

Una brezza leggera gonfia appena le tende; nel dormiveglia percepisco ozono e asfalto bagnato.

- Sei triste, amore mio.
Non viene spesso a trovarmi, ma quasi sempre con la pioggia.
Resto immobile. Un movimento impercettibile del letto, quasi niente, ma a me basta per immaginare che si sia sdraiata accanto a me. So che se apro gli occhi sparirà.
- Non più del solito. Meno di quando sei andata via tu. Ti ho odiata quando sei andata via, lo sai?
- Lo so. È tipico dell'elaborazione del lutto. Si tende a incolpare quelli che se ne vanno per il dolore che lasciano. Sono ancora una psicologa, non lo sai?
- Ancora?
- Certo, ancora. È come in quel canto della Divina Commedia, quello dove le anime sono condannate a muoversi con la testa girata all'indietro. Sei tu quello bravo con le citazioni.
- Sì, è il Ventesimo, dove sono puniti maghi e indovini. Siccome hanno peccato d'orgoglio cercando di vedere nel futuro che appartiene solo a Dio sono condannati a guardare all'indietro.
- Me ne dici un pezzo?

Come no. Lo facevo spesso. Sapevo a memoria interi canti della Divina Commedia, questo in particolare è abbastanza facile da ricordare.

Come 'l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso         

ché da le reni era tornato 'l volto,
e in dietro venir li convenia,
perché 'l veder dinanzi era lor tolto. 


Sorride. Quel sorriso che toglieva il fiato. Chissà se lo sa che me lo hanno detto in tanti, anche solo davanti a una fotografia.

- Sei come un bambino goloso in una pasticceria quando puoi fare la coda del pavone. Ti ricordi di Parma?

Altroché se me ne ricordo. Era venuta a trovarmi qualche giorno prima per andare insieme a un concerto di Stefano Bollani. Il concerto era nel primo pomeriggio e la mattina l'avevamo passata al Parco Ducale e arrivati al tempietto d'Arcadia non so cosa mi era preso ma l'avevo fatta sedere sul bordo della vasca e le avevo recitato tutto il quinto canto, quello di Francesca e Paolo, restando al centro del colonnato.
Avevo la barba, mi sentivo un po' Vittorio Gassman e averla vicino mi metteva un'allegria travolgente, istrionica. Era andata a finire con la gente che passava di lì e si fermava ad ascoltare come se fosse una rappresentazione di un artista di strada o una installazione del Comune.
Terminò con un applauso e io che mi riprendevo dalla trance poetica imbarazzato come un ladro colto sul fatto e felice come un bambino.

- Sei sempre stato un po' esibizionista, come tutti i timidi.


- Sì ma al parco non sono mai andato oltre Dante. Non mi sono mai aperto l'impermeabile davanti alle signore. Perché mi parlato di quel canto?


- Perché è così per tutti, non solo per i dannati. Camminare con la testa all'indietro, intendo. Il futuro è qualcosa che non ci riguarda più, possiamo solo guardare alle cose che sono state, alle persone che ci sono care. La morte non cancella. Conserva. A me sono rimasti mia figlia, mio nipote che per me non è mai nato e te.

La malinconia si sta addensando in un groppo al centro della gola.
Presto lei se ne andrà quando smetterà di piovere e ci sarà solo il grigio del cielo, lasciandomi il nodo ancora più duro da sciogliere.

- Non odiare la vita. Ti ha fatto del male, ma a me ha fatto peggio.

Ha ragione, come sempre. Ma non è un buon motivo per tornare a fidarsi. Tanto poi del male ce ne farà ancora.

- Ci sto provando Elena. A volte credo di esserci riuscito ma poi mi perdo. Sbaglio qualcosa, esco di carreggiata. Non solo me, perdo sempre tutto e non dico le chiavi della macchina o gli occhiali. Perdo le persone.

- Hai perso qualcuna di importante? Ti sei innamorato? È bella?

Quando era curiosa faceva domande a raffica, non riusciva a trattenersi. Non so cosa dire, resto in silenzio.

- Gianni - mi ha sempre chiamato così anche se non è il mio vero nome e neppure un diminutivo, è proprio un nome diverso che non mi piace neppure e solo mia madre mi ha sempre chiamato così; lei lo ha usato spontaneamente fin da subito, forse c'è qualcosa di materno in quel nome che mi sfugge e che impedisce a certe donne di usare il mio.

- Gio, ti ho sempre detto che avrei voluto che incontrassi una donna che ti ami come ti ho amato io. Se è successo, se hai provato questi sentimenti è solo un bene.

Ed è vero anche questo. Aveva lasciato due ultimi messaggi non spediti nel suo cellulare in caso non fosse più tornata, per me e sua figlia. Quando mi hanno detto di averli trovati e spedito il mio è stato come vederla resuscitare e andarsene di nuovo. È stato da allora che ho iniziato a sognarla, e in quell’ultimo messaggio mi diceva di volere il meglio per me, che non mi avrebbe mai lasciato solo e che avrei dovuto trovare un'altra donna, più altre cose che ho sepolto da qualche parte ed è bene che lì rimangano.

- Il meglio eri tu.

- Il meglio è la persona giusta al momento giusto. Io sono stata il meglio per te e lo sarei ancora, chissà. Ma non è più il momento giusto.

Provo a rispondere ma resto nel vago, la storia sarebbe lunghissima e forse la conosce già.

- Sì, abbiamo provato qualcosa di molto simile all'amore. Ma non è durato, è stato un momento e basta durante una conoscenza che si è prolungata troppo e non ha portato da nessuna parte. E sì, è bella

- Come me? 

Quella intonazione la riconosco subito. La voce di quando mi disse al telefono che un infermiere dell'oncologico le aveva guardato le gambe mentre scendeva dal letto per andare in terapia. La gioia quasi infantile con cui mi aveva raccontato quella civetteria, perché se sei ancora bella, forse la morte non ti raggiunge. Era tornata a letto, aveva sollevato il camicione fino a metà coscia come fosse stato una minigonna, si era fotografata le gambe e mi aveva mandato la foto su whatsapp. Non l'aveva mai fatto e vederle ancora così lunghe, parallele, con appena poco più colore delle lenzuola mi aveva fatto piangere. 

- Non è una domanda elegante.

- Sono ancora una donna, sai? Però sì, è bella. Hai un ottimo gusto con le donne, anche se siamo diverse. A me non serviva tutto quel trucco.

- Non lo so se ho un ottimo gusto. Avete fatto sempre tutto voi. Comunque non mi ha amato come mi hai amato tu.

Rimane in silenzio per un po'. La rivedo al tavolo del ristorante, sul divano, a letto, sul dondolo nel giardino di casa sua, ovunque insomma, con quell'espressione assorta e concentrata prima di iniziare a parlare, l'attenzione che metteva in ogni parola. 

- Quando ti dicevo che avrei voluto ti amassero come me non intendevo questo. Non puoi chiedere a una persona di essere il clone di un'altra.

- No, certo, quella fase è passata. Ci ho messo un bel po' ad accettare che esistessero donne che non sono te ma credo di averlo elaborato il lutto. Anche se sei ancora qui.

- Elaborare un lutto non significa dimenticare. Io ci sarò sempre, sono dentro di te. Siamo la risultante di tutto quello che di buono e meno buono ci hanno dato le persone che abbiamo incontrato. Tu sei stato con me fino all'ultimo. E con me sei rimasto. Puoi chiedere solo che ti amino come possono, come sanno, secondo la loro natura. I sentimenti non sono confrontabili perché sono unici come le persone. Non avrai mai un'altra me ma puoi avere una persona anche migliore rispetto all'uomo che sei diventato. Perché l'hai persa? 

- Non l'ho persa, ad essere precisi non l'ho mai avuta. Deve averlo scritto anche Neruda da qualche parte, che non si può perdere ciò che non si è mai posseduto.

- Se le parlavi così non c'è bisogno che mi spieghi perché se ne è andata. Non sono molte le donne che vogliono parlare con Wikipedia.

Niente da fare, il ruolo del Rick Blaine con lei non funziona.

- Ci siamo conosciuti qua dentro ma tra un tira e molla siamo andati avanti per anni in qualcosa che ha oscillato tra amicizia, attrazione erotica, innamoramento e chissà che altro e alla fine non è stato niente di tutto questo. Avremmo potuto essere almeno ottimi amici ma poi abbiamo mandato tutto a farsi fottere.

- Anni di indecisione non sono normali. È successo qualcosa. Per forza. 

- Magari mi ha solo preso in giro.

- Hai questa fissa che le persone ti vogliano prendere in giro. La diagnosi di paranoia non te l'avevo fatta ma forse solo perché non ho fatto in tempo. È una confessione sospetta questa.

- Perché sospetta?

- Perché per un pezzo questa paura l'hai avuta anche con me, se ti ricordi.

Toccato alla grande. E mi rendo conto di quanto sia facile perdersi di vista senza gli occhi di un altro.

- Sì ma tu non te ne andavi come faceva lei. Avremmo dovuto incontrarci una infinità di volte ma poi ci ripensava sempre o non se la sentiva per qualche motivo. D'un tratto non ero più quello che voleva oppure non se la sentiva di rischiare una relazione con una persona così lontana oppure ero troppo pessimista o sa il diavolo; fatto sta che mi mollava come un fesso e spariva per mesi, salvo poi tornare a sentirci nuovamente.

- Di dov'è ?  

- Sicilia.

- Non è proprio dietro l'angolo. Non è facile.

- No. Ma un'altra che mi sia piaciuta così tanto non l'avevo mai conosciuta, dopo di te. E poi non eri tu che dicevi che se una persona è importante la distanza è un ostacolo da superare? Io fino a Salerno ci sono arrivato. Mi avevano detto che poi da lì in avanti è tutta discesa.

Ride finalmente. Quella risata intensa, forte, luminosa. Sorrideva spesso, ma le risate erano esplosioni di allegria contagiosa. Era difficile vederla ridere così.

- E dopo più di tre anni forse dovrebbe essere chiaro se questa distanza la si vuole superare veramente. Se non mi ha preso in giro è stato come se, il risultato non cambia. Alla fine della fiera ho perso la pazienza in malo modo. Dopo tutto questo tempo ci sta.

Resta in silenzio per un po'.

- In malo modo quanto?

- Abbastanza malo. Sempre a livello verbale, ovviamente.

- E ti pare poco?

- No, non è poco. Però sono stanco da parecchio. Ho altri problemi oltre alla sua indecisione, e poi a noi non è mai successo di chiudere in questo modo; siamo sempre stati abbastanza civili.

- Ma cosa dici! - stavolta è irritata - Ci siamo graffiati anche noi più di una volta. E ti ho pure detto che tu certe volte usi le parole come coltelli, riesci a infilarle dove più fa male. Se invece di sbatterti il telefono in faccia e restare, io me ne fossi andata ogni volta forse non saremmo andati avanti. Te lo ricordi?

Sì, me lo ricordo. La fine così rapida mi ha fatto dimenticare che anche noi siamo stati una coppia normale con le sue schermaglie e i suoi scontri. Magari non troppo normale quando uno dei termini della coppia sono io.

- Me lo ricordo ma non abbiamo mai deragliato. Abbiamo sempre cercato di raccapezzarci.

- Ma solo perché c'ero io, un'altra ti avrebbe mandato all'inferno. E questa per l'appunto è un'altra.

- La modestia è stata la prima cosa ad affascinarmi di te.

- Non sto scherzando. Anche per noi è stato difficile incontrarci. Antonio che faceva la guerra per non darmi il divorzio e minacciava sfracelli legali. Sai che ci siamo sposati in comunione dei beni, è un avvocato famoso, se avesse saputo di noi avrebbe potuto rendermi le cose un inferno. Faby aveva perso il figlio per un aborto spontaneo e io continuavo a chiedermi come sarebbe andata a finire. Sapevo che quella non era più la mia vita - non la era mai stata e ne ero cosciente - ma non sapevo cosa sarebbe successo dopo.

- Ma mi dicevi che tutto quello che hai sempre voluto ero io.

Il silenzio prima della risposta un po' mi preoccupa.

- Vedo che non hai smesso di avere bisogno di conferme. E allora sì. E lo pensavo davvero. A volte mi ci aggrappavo come un'ostinazione, altre volte lo vedevo con una chiarezza lampante. Mi sono innamorata quasi subito di te ed è proprio stata questa immediatezza a darmi da pensare. È stata la prima volta che mi sono sentita insicura di me nei confronti di un uomo.

- Modestamente...

- Stronzo. Te l'ho sempre detto, hai qualcosa che non ho mai trovato in nessun altro. Da un lato è meraviglioso ma dall'altro destabilizzante. E in mezzo a tutto quel caos ogni tanto anche io avevo bisogno di silenzio, di ritirarmi a riflettere. E tu cosa facevi? Mi bombardavi di email.

- Dicevi che ti piaceva leggerle. Anche dopo, quando ti sei ammalata...

- Non tutte. E quelle della malattia sono un'altra cosa, mia e tua. Io parlo della normalità.

Dopo una pausa riprende. Una lentezza dolce e pensosa. Come avesse la testa voltata all’indietro.

- Mi hai scritto le cose più belle che abbia mai letto. Davvero. Quando ti lasci andare e sei te stesso scrivi non solo meravigliosamente bene, ma scrivi meravigliato. La lettera che mi hai scritto quando sono partita per Boston la prima volta l'ho riletta fino a consumarmi gli occhi e dopo, quando quasi non riuscivo più a leggere e mi spedivi i messaggi vocali, alcuni li mettevo in loop nel telefono e li ascoltavo per ore. Mi sembrava di volare.

Questo non lo sto sognando. Me lo ha detto poi sua figlia.

Non era facile leggerle a voce quelle lettere. Le scrivevo e poi provavo a recitarle mantenendo la voce più calma possibile perché non si incrinasse dalla commozione per potergliele spedire all'ospedale, perché non si affaticasse la vista. Spesso non ci riuscivo a non commuovermi e dovevo ricominciare da capo.

- Per quello te le scrivevo ma è difficile trovare le parole giuste. Elena, io avevo solo le parole.

- Non le devi cercare sempre. E comunque quello che stavo dicendo riguardava le lettere che mi scrivevi quando ero nel caos più totale tra il divorzio e il futuro tutto incerto. Io cercavo i miei spazi di silenzio per riflettere e mi trovavo le tue pensate nella casella di posta. E quelle non erano lettere per me. Erano per te stesso.

- ...

- Quando diventi insicuro perdi il controllo delle parole. Diventi prolisso, ridondante, ti smarrisci in un labirinto di incisi, precisazioni; divaghi e torni a ribattere sullo stesso punto come se non fossi sicuro tu per primo o non fossi certo di essere capito. Le frasi si allungano e perdi la misura. Scrivi come a voler rassicurare te stesso. Ti sei mai riletto?

- No, in quei casi scrivo, spedisco e cancello.

- Perché sai che se ti rileggessi noteresti quello che ho detto io. E provochi un senso di fastidio in chi legge. La gente non è stupida e lo capisce.

- A volte mi dicevi di non riuscire a trovare le parole, volevo solo aiutarti a cercarle.

Se non fosse fatta di aria e di buio alzerebbe gli occhi al soffitto, l'unico cielo che ci possiamo permettere ora.

- Gio, ciascuno deve trovare le proprie parole per conto suo. Non puoi aiutare nessuno a farlo. La stessa psicanalisi non ti dice quali sono le parole giuste, lascia che arrivi a trovarle da te. E invece le tue lettere erano un guazzabuglio di ipotesi e ricette e tentativi ed errori. Sembravano il foglio di appunti del professor Frankenstein prima di dare vita alla sua creatura. Non devi cercare tu le parole degli altri. Limitati ad esserci, è già tanto.

- Io ci sono ma non so dove sono gli altri se non li sento. E in quel periodo c'era pure Riccardo che ti faceva una corte spietata, però non è che ti sia messa con lui quando eravamo in crisi. Almeno lo spero.

- Come sarebbe a dire che almeno lo speri? Riccardo mi ha sempre fatto la corte fin da prima di conoscerti e il fatto che non ci sia mai riuscito ti dice niente? E poi quando gli ho detto che avevamo intenzione di sposarci ha smesso subito, mi ha lasciata in pace.

- Se si fosse suicidato per il dolore mi sarei sentito più tranquillo.

- Ecco, lo vedi che sei un insicuro?

- Dai, era una battuta alla Woody Allen. Una volta ti piacevano.

- Mi piacciono ancora. Quello che non ho mai capito di te è fino a che punto usi lo scherzo per dire qualcosa di vero su di te.

- Spesso. Ma stiamo parlando di me o di lei?

- Per capire le reazioni di lei forse dovresti prima capire le tue.

- Ma lei spariva veramente. Di punto in bianco, letteralmente di punto in bianco diceva di non sentirsela più per una infinità di motivi e non rispondeva nè al telefono nè alle email. Niente. E qualche volta trovava pure il suo Riccardo nell'assenza. Tu almeno non te ne andavi.

- Non rispondeva?

- Mai.

Sorride. Il sorriso stanco e un po' indulgente di chi guarda uno che proprio non arriva a vedere la soluzione che sta davanti agli occhi.

- E non è abbastanza chiaro? Sei stato soffocante e lei ti chiedeva leggerezza.

- Leggerezza, leggerezza. C'è una bella differenza tra essere leggeri ed essere superficiali.

- Siamo tutti superficiali sulle prime. La superficialità è la prima cosa che percepiamo negli altri; trasformarla in leggerezza richiede serietà anche solo per riconoscerla. Gio, ma cosa sei diventato?

Cosa sei diventata lo chiedevo anche a lei, la siciliana intendo, quando ero arrabbiato. Forse avrei dovuto chiederlo a me stesso ma non glielo dico, sto prendendo abbastanza cazziatoni e ripiego sulla prima cosa che mi passa per la mente.

- Glielo avevo detto subito che sono un tipo complicato.

- Glielo avevo detto subito che sono un tipo complicato. 

Mi rifà il verso, come tutte le volte in cui voleva sottolineare una stupidaggine che avevo appena detto. Il che succedeva di frequente. 

Un lampo lontano scuote la penombra. Accanto a me un bagliore che si prolunga un istante di più. Fai che sia un sorriso.

- Come se questo significasse qualcosa. "Complicato" vuol dire tutto e niente. Siamo complicati solo in rapporto alla capacità degli altri di capirci. Per alcuni siamo libri aperti, per altri del tutto incomprensibili. Tu per me eri un libro aperto, io per te molto meno. Il problema è quando siamo poco chiari a noi stessi. 

- E lei lo era meno di tutti. Si definiva infantile, incontentabile, sentimentalmente dislessica.

Stavolta il silenzio si prolunga di più. Ho detto una cazzata, vero?

- Bisogna essere coraggiosi per definirsi così, lo sai? Ci vuole una maturità autentica. Tutti sono capaci di credersi risolti e adulti ma non lo sono mai. Siamo tutti irrisolti, chi più e chi meno. Una persona capace di descriversi così è tutto tranne che immatura.

- Non lo so Elena. Sicuramente non è stupida, tutt’altro. Spesso faceva osservazioni sorprendenti, aveva una capacità di descrivere stati d'animo non comuni, sapeva "leggere" sensazioni con una intelligenza straordinaria ma poi si ritraeva, come se avesse osato troppo. 

- E non ti basta?

- Sì… cioè no. Non lo so. Quando spariva per qualche motivo che ignoravo o si rifiutava di vedermi, poi mi diceva sempre di averlo fatto perché ero diventato troppo pessimista o non ero più leggero. Altre volte non dava proprio spiegazioni. Una volta mi ha detto di non provare più niente perché aveva frainteso un mio post in un blog. Pensava volessi dire che tutto quello che scrivo lo faccio solo per una specie di autocelebrazione, solo per ascoltare il suono delle mie parole e che una vale l'altra e questo l'ha disgustata. Come fai a fidarti di una così?

- Gio - e nella mente gli occhi le diventano verdissimi, le sopracciglia si piegano in un arco di concentrazione, si morde il labbro inferiore come tutte le volte in cui riflette - prima di tutto una che si sente ferita per avere inteso una cosa del genere, anche se ha inteso male, è perché tiene molto a chi ha scritto quel post. E secondariamente credo che abbia colto una componente narcisistica che tu hai sempre avuto ed è chiaro che non se ne fida. 

Stavolta sono deciso a non dargliela vinta. 

- Ammesso che io abbia una componente narcisistica mi sarei aspettato che me ne parlasse, di questa sua interpretazione, prima di saltare alla conclusione che sono un tipo autocelebrativo, autoreferenziale e che scrivo solo per sentire il suono delle mie parole.  Se avesse notato qualcosa che non andava mi sarebbe piaciuto che me lo dicesse. Noi lo facevamo eccome, almeno questo lo ammetterai.

- Mi sarei aspettato che me ne parlasse.  

Torna di nuovo a farmi il verso. Ma stavolta dov'è la cazzata che ho detto?

- Forse non lo ha fatto perché non sapeva come farlo.

- ...

- Ma ti ascolti quando parli? Mi sarei aspettato questo, avrei preferito quest'altro, avrebbe dovuto fare quest'altro ancora. Sei prescrittivo. Ti metti a dirigere l'orchestra con la bacchetta in mano. Magari lo avrebbe fatto se non l'avessi intimidita in qualche altro modo, come per esempio con le tue lettere torrenziali. Io ti mandavo affanculo all'istante in napoletano ma non tutte hanno il mio carattere delicato.

- E stai a vedere che è sempre colpa mia. Io e te ne parlavamo delle cose che non andavano, ne parlavamo eccome!

- Sì, ma ci abbiamo messo tempo per calibrarci. Io sono testarda, tu sei testardo e abbiamo imparato ad affrontarci; però forse lei non ha un carattere deciso e si è lasciata intimidire - sorride e continua - Tu potevi funzionare solo con me, perché contro di me non ce la fai. È proprio quando diventi così didattico sulla necessità di essere maturi o dialoganti che viene fuori il bambino che non sei riuscito ad essere.

- Colpo basso Elena.

- La psicanalisi, come la rivoluzione, non è un pranzo di gala. Inizio a essere brava anche io con le citazioni?

E senza darmi il tempo di replicare, continua.

-Sei debordante e l’hai schiacciata. Siccome non sei mai abbastanza sicuro di te, metti tutto quanto sul piatto in un colpo solo: i tuoi racconti, la tua cultura, le tue citazioni. Come a non voler lasciare niente di scoperto e per paura di sentirti incompleto ti rendi inaccessibile senza neanche rendertene conto. Chi andrebbe mai a cena con uno che sa quasi tutto l’Inferno a memoria? Faresti venire l’ansia da prestazioni a chiunque.

-Tranne a te.

- Perché quando incontro uno che sa l’Inferno a memoria mi rendo conto che ha un problema e me lo studio. Deformazione professionale. Poi sono riuscita a vederti tra le pieghe della tua corazza che non è poi così spessa. Te lo dissi subito appena ci siamo conosciuti che avrei voluto far cadere qualche libro dai tuoi scaffali per vedere chi c’è dietro, perché la tua non è solo una biblioteca, è anche una specie di muraglia cinese. Ti piace sapere le cose, questo è vero, ma non è solo curiosità. C’è anche un bisogno di certezze. Ti sei mai chiesto perché si usa l’espressione “parlare come un libro stampato”? Perché c’è il timbro dell’ufficialità, perché quello che è stampato non si può cambiare e non si può discutere, perché diventa un ipse dixit. Ed è chiaro che se ti presenti così anche quelle che potrebbero essere affascinate dalla tua personalità – perché ce l’hai la personalità, eccome – si sentono intimidite. E si ritraggono. Magari ti rimpiangono ma vicino a te non ci stanno di certo.

- Detta così sembra una patologia.

Il tono le si addolcisce.

-No, non la è, zuccone. Ma devi trovare un equilibrio, accettare che non sei perfetto, che sei vulnerabile, che… 

- Ma lo so benissimo di essere vulnerabile e di non essere perfetto! – la interrompo.

- Lo sai, certo, ma lo sai in astratto, non lo accetti veramente e fai di tutto per non ammetterlo. Preferisci non commettere errori, a volte non ti perdoni una svista o una dimenticanza. Ignorare qualcosa ti fa sentire in difetto, perdi i punti di riferimento, ti senti giudicato per cose che la gente neanche vede, e quest’ansia di perfezione si trasforma in ansia da prestazione per gli altri. Cosa puoi dire di interessante a uno che sa già tutto? In cosa puoi avvicinarlo? A me i tuoi equilibrismi per stupirmi mi hanno sempre divertita. Leggevo i tuoi messaggi o le tue email e mi dicevo ma guarda che scemo, con tutte le qualità che ha deve ancora uscire dalla sindrome del primo della classe. Non ti sei mai reso conto che quello che ti rende davvero speciale è la tua sensibilità, l’attenzione che metti alle persone che tieni, la cura che hai per quelli che ami. In questi casi sì, la tua cultura diventa importante, ti aiuta a scegliere le parole giuste, a immaginare possibili soluzioni. Ma non ti rendi conto che è solo uno strumento e quello che conta è chi lo usa. Quando la usi come un’arma o qualcosa di fine a se stesso allora la gente scappa. Ti nascondi dietro una biblioteca, ma sei tu quello che le dà valore. Altrimenti è solo carta e basta.

- Ma a te piacevano i racconti, volevi addirittura che provassi a farli pubblicare. E anche lei mi aveva detto una cosa del genere.

- Ma certo che mi piacevano. Ma tu mescoli narrativa e narrazione su di te. Non ti sto dicendo che racconti bugie sulla tua vita né che tendi ad abbellirla, ma la racconti quasi senza partecipazione. Una lettera non è un racconto, non è narrativa, mentre a volte scrivevi come se stessi pensando ai posteri.

- Addirittura… Adesso esageri.

- Sì, è una esagerazione, ma è per farti capire. Sei troppo controllato quando non dovresti esserlo. Così ti rendi lontano, inavvicinabile. E se mi scrivi una lettera d’amore con la citazione di Dante o qualche altro autore tedesco che conosci solo tu, diventa uno sfoggio di erudizione e mi chiedo se sei interessato a me o a fare colpo su di me per appagare il tuo narcisismo. E quindi da una parte quella donna l’hai intimidita, dall’altra, con il tuo continuo pontificare su cosa dovrebbe dire o non dire o imparare a fare ti sei reso odioso. E non c’è niente di più ridicolo del professore innamorato che sclera perché l’allieva non lo ascolta.

- Der Blaue Engel. Ich bin die Fesche Lola…  - Se vuole farmi passare per il professor Unrath la citazione dell’Angelo Azzurro ci sta. Ma lei era più bella di Marlene Dietrich, altrochè.

- Sei un cretino. – Ma sorride perché sa che la sto prendendo in giro. Ogni tanto il verso glielo faccio anche io.

 Devo cercare di riportare il discorso in carreggiata.

- Ma l'amore non è responsabilità? Lo dicevi anche tu. Come fai a dire di essere innamorata e poi pentirtene o prendere le distanze in un batter di ciglia?

- È vero, ma solo quando diventa cosciente di esserlo, e per essere cosciente di sé ha bisogno di tante condizioni al contorno. Io sono arrivata a capirlo tardi, quando ho iniziato a mettere in discussione il mio matrimonio e dopo aver incontrato te. Prima è soltanto qualcosa di vago che cerca una definizione. Un giorno ti ho detto una cosa importante, la cosa più importante di tutte e cioè che non avevo mai creduto nell'amore prima di conoscerti. E fai attenzione, che poi ti monti la testa: il punto importante non è il "tu" ma il non aver creduto nell'amore. L'amore è qualcosa di cui si parla ma che non si conosce mai a fondo. Lo cerchiamo come cerchiamo noi stessi e lo confondiamo esattamente come confondiamo noi stessi quando ci riteniamo qualcosa che non siamo. Spesso riconoscerlo e riconoscerci sono la stessa cosa. Io e te ci siamo completati prima ancora di renderci conto di essere innamorati. L'amore è la cosa più difficile da riconoscere tanto è vero che io neanche pensavo che esistesse. Sono sempre stata corteggiata come una bella donna, mi sono sposata giovane, ho fatto fare bella figura all'avvocato di grido ai ricevimenti e al Rotary e confondevo la serenità con l'amore. E io che sono stata una psicanalista non sono riuscita a capire quanto ti abbia pesato il tuo passato in confronto al mio al punto di dubitare dei miei sentimenti per te solo perché ero una bella donna. 

- Bellissima donna.

- Bella o bellissima non fa differenza. Ti ho spiegato tante volte cosa significhi essere vista solo come una preda o un trofeo. Vuol dire doversi difendere indossando a propria volta una maschera che ti faccia dubitare di tutto, sorridere in superficie fino a sembrare isterica; non sapere se quello che ti sta facendo la corte è interessato a quella che sei veramente o vuole solo portarti a letto o farsi vedere in giro dagli amici. Quasi tutta la mia vita adulta è stata così. Poi incontro un blogger che si nasconde dietro una parete di libri che mi dice cose intelligenti, a volte pretenziose, a volte profonde, a volte di una delicatezza sorprendente e altre che mi fanno ridere e mi rendo conto che dietro il mio profilo anonimo posso provare a vedere come la gente reagisce solamente a quello che sono. Non ai miei occhi o alle mie tette. Non ci avevo mai pensato e la soluzione era semplice.

- E il resto è storia. Anche se è durata poco.

- Sì. Purtroppo. E forse non avrebbe neanche dovuto iniziare, per quello che ti ha lasciato.

- Non dirlo neanche per scherzo. Anche tu hai le tue fragilità, lo vedi?

- Hai ragione tu stavolta. Però il punto è che anche quando ci siamo messi insieme dovevo sempre rassicurarti che non sarei sparita, che non avrei cercato uno migliore o più bello di te. Non ci sono riuscita del tutto, sono stata costretta a fermarmi prima, a lasciarti da solo. Uomini come te non ce ne sono tanti, eppure hai ancora bisogno di conferme, se non le trovi ti perdi. Non sei mai riuscito a credere che io potessi essere gelosa di te eppure lo ero sempre, ogni volta che mi parlavi di un'amica o una collega di lavoro. E non tutte sono così innamorate da continuare a rassicurarti su queste cose, le danno per scontate. 

Fa una pausa per prendere un lungo respiro e finalmente conclude, secca.

-E uno così va a spiegare agli altri come devono comportarsi o a misurare il loro livello di maturità emotiva?

Cazzo cazzo cazzo. E prima del prossimo "Cazzo" continua.

- Gio, il nostro rapporto è durato perché ci sono stata io a sostenerti quando ne avevi bisogno anche senza che tu lo sapessi. Perché sono riuscita a vedere in te quello che a volte non vedevi neanche tu. Abbiamo tutti le nostre fragilità. Purtroppo hai conosciuto le mie amplificate dalla malattia e hai pensato che fossero dovute unicamente a quella e invece no, c'erano anche prima, solo che non abbiamo avuto abbastanza tempo per riconoscerle, anche se istintivamente ci siamo arrivati lo stesso. 

- Ma ci siamo arrivati.

- Noi ci siamo completati. Ci siamo dati quello che ci mancava oltre a tutto il resto e questo ha facilitato le cose. Io ho avuto l'uomo che vede quello che c'è dietro ai miei occhi, tu la donna che vede oltre l'aspetto fisico o una personalità da maschio alfa.

- Un modo elegante per dirmi che sono brutto e sfigato.

- L'ho detto apposta perché sapevo che avresti risposto così. Io non lo sapevo se eri bello o brutto. Eri quello che mi era sempre mancato, punto e basta. Eri tu. Impara ad essere indulgente, verso te stesso e verso gli altri. Perderai sempre tutti se non ritrovi prima te stesso.

Mi manca l'aria, ho il cuore a mille. 

- La mia vita è fatta di gente importante che se ne va. Per un motivo o l'altro vanno tutti via. D'accordo, lei l'ho spaventata io. Ma la morte, quella non sono riuscito a spaventarla, quella ti ha presa lo stesso.

Scuote la testa, la voce le si fa rauca come negli ultimi messaggi vocali. 

- Amore mio, ti ho rovinato la vita.

- Non dirlo neanche per idea.

- In parte è così, te l'avevo detto anche in passato. Anche io ho avuto bisogno di isolarmi persino da te quando la malattia si faceva più vicina. Un silenzio che vivevi con difficoltà e non sei riuscito a capire fino in fondo. A volte la gente si allontana per vedere meglio, per avere una vista d'insieme. O anche solo perché ci sono spazi dentro di noi che nessun altro può occupare per quanto importante sia. Non sempre ci si allontana per fuggire. Se vogliono tornare torneranno e se non tornano vuol dire che quello che siete - tu e loro - non è fatto per stare insieme.

- Sì, ma lei non aveva a che fare con un tumore al pancreas.

Mi piace sentirla parlare di lei. È irrazionale, ma niente di questa notte lo è e parte della mia vita non lo sarà mai.

- A maggior ragione. Ci sono silenzi infinitamente più semplici da affrontare. Per questo ti dico che ti ho rovinato la vita. Dovevo andarmene via senza dirti niente e invece ti ho permesso di starmi vicino perché ne avevo bisogno anche io. Ma così ti ho contaminato.

- Basta Elena. Ti sono stato vicino perché l'ho voluto io. 

- Ti ho chiesto di perdonarmi, alla fine.

- Ma perdonarti di cosa, cazzo? Di esserti presa un cancro?

- Di essermi aggrappata a te. Non è facile morire, quando sta per nascerti un nipotino e stai per sposare l'uomo che ami.

Le lacrime sono tutte affollate ai bordi delle palpebre ma non escono. Non devono uscire. Erano anni che non uscivano. Restano lì. Sul filo delle ciglia.

Riesco solo a sussurrare.

- Pensi che me ne sarei andato lo stesso?

- No. Hai fatto quello che hai potuto, meglio che hai potuto. Per questo siamo ancora qui. Ma non è un bene, amore mio, devi camminare da solo. 

Ormai le nuvole si sono dissolte insieme al buio. C'è una luminosità tenue ma diffusa che si sta allargando in un azzurro morbido dietro la tenda non più mossa dal vento. Sta per andarsene, lo so. E il groppo è rimasto lì.

- Aspetta. Dimmi ancora perché ti sei innamorata di me.

- Te l'ho detto tante volte. E continuare a chiederlo è indice di insicurezza.

- Lo so. Ma dimmelo ancora. Stavolta ne ho bisogno. Davvero. Poi basta, te lo prometto.

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