Quel che resta del giorno è una striscia violacea di nuvole macchiata d’un arancio illividito all’orizzonte, mentre dallo stereo il sax di Massimo Urbani sta chiedendo conto a Dio dell’esistenza del male nel mondo.
Ultimamente mi sono dedicato a quella particolare forma di masochismo che sono le lettere. Ho scritto parecchio: da tempo non mi sentivo così in forma per l’affabulazione inutile e inconcludente, un filo di ironica disperazione che mi ostino a chiamare disincanto e una scelta dei destinatari di particolare insignificanza che mai hanno ricevuto tante parole in vita loro e mai si cureranno di riceverne altrettante.
Ma sì, tanto vale ammetterlo subito: quando scrivo non sono mai del tutto sincero, in ogni parola che fisso sulla pagina – virtuale o reale che sia – c’è sempre il gioco dell’assonanza, dell’incastro ritmico, il peccato capitale del mot juste che però non vorrebbe essere solo leggersi addosso.
C’è anche rispetto per il destinatario, che a volte sono io, altre volte fantasmi del mio passato e financo persone reali pur ben dissimulate da sincretismi caratteriali e ircocervi androgini o semplicemente celati dal passepartout universale dell’amico generico, inventato a bella posta per attribuirgli tutte le grandiose pensate di cui non sono sicuro io per primo.
Ammissione di vigliaccheria devastante, ma tant’è.
Tanto ben dissimulati, dicevo, che nessuno dei destinatari è mai riuscito a cogliere un riferimento a se stesso. Come se quelle che chiamo le trascurabili urgenze del cuore che me li rendono vivi alla memoria fossero tanto pudiche o tanto immaginifiche da trasfigurarli in altri da sé (ah, le maschere, signora Frola!)
Secondo il mio stile verboso-ampolloso-prolisso, nella frase precedente, avrei azzardato il consueto isomorfismo tra ipotetici, sicché avrei specificato, tra pudiche e immaginifiche, “che sono poi la stessa cosa” ma non sarebbe stato vero. Nessun vezzo, per quanto cinicamente ad effetto è mai vero, e hai voglia a fingerti l’ennesimo Rick Blaine fuori tempo massimo, il trench è passato di moda e le tarme non permettono più di indossarlo; il terzo millennio non consente eccentriche flâneries men che meno virtuali: e se tutto – nella vita come nel lavoro ormai - è target, obiettivo, sfida, risultato da conseguire, se è pure immutato il linguaggio marziale che irreggimenta le nostre vite, irrimediabilmente diverse sono le armi che ciascuno si porta nella battaglia.
In tempi di droni e bombe intelligenti, rincantucciarsi in una trincea di Passchendaele è un automatico destinarsi alla sconfitta.
Dunque no, rimetto il trench mai indossato nel guardaroba del mio trovarobato scenico di quarta mano e torno all’abbigliamento random più che casual del quotidiano smettendo il gioco futile dell’incolonnare parole a schema libero perché chi legge è persona pragmatica e il cazzeggio in loop non va bene, ché prima o poi bisogna lavorare sul serio.
E allora.
Guardo la gente entrare ed uscire dalla mia vita come se non mi riguardasse, come se si trattasse della vita di un altro e in fondo l’ ostinato rappresentarsi come visto dal di fuori non è altro che questo.
Di tutti i pronomi personali, la prima persona singolare è sempre stata la più difficile da trattare, nelle privatissime analisi del periodo e me ne difendo come posso, dicendomi che in fondo la mia vita è fatta con il copia e incolla e che nessuna biografia sarebbe più facile da scrivere della mia.
Ti ho riguardata da lontano, bella di una bellezza consapevole ma indulgente, indecisa se portarla come per caso - sperando quasi che non si noti troppo - e il presentarla come una conquista sofferta, un’arma a doppio taglio sufficiente ad intimorire quando non allontanare o almeno bastante a barricarcisi dietro con la garrula malinconia di una Holly Golightly, sempre in bilico fra un atteggiamento accomodante verso i minus habentes ed un mal trattenuto impulso a mandarli affanculo.
Nel ricordo anche le avarissime parole rifrangono i tuoi lineamenti e il tratto di mondo che li ospita in un fauve luminoso e scontornato; bordeggiano sensazioni di stanchezza e vaghezze di disincanto che spera ancora d’incantarsi. Ma come di sbieco, da lontano. Come uno sbaglio di prospettiva da un punto di fuga sghembo, l’invisibilità cercata e subito rifuggita: Houdini c’est moi. Ma non funziona quasi mai, la febbre è febbre e la vitalità prorompe. Acciaccata e malconcia, incazzosa anzichenò (e tanto più incazzosa quanto più vitale) e poi c’è sempre l’amico di penna e di pena che scrive, e mica solo sms: lettere, proprio, con tutti i crismi e le consequenziali lungaggini.
È proprio vero che certa gente non ha un cazzo da fare.
Ennò che non poteva funzionare, solo che toccava a me spiegartelo; con me non funziona mai, e se la funzione crea l’organo capisci bene che il mio apparato sentimentale non è mai stato poi così sviluppato.
Rimane un nucleo luminoso che alcune persone possiedono loro malgrado e che non si disperde; ci sono volte in cui si ricordano vecchie parole e ci si riconcilia con se stessi, o quantomeno con quello che a volte siamo stati in grado di essere; e se di notte vengono in mente cose come questa, ci si può prendere il lusso di perdonarsi perché tanto poi le parole ti fregano, forse non mentono nell’immediato ma nel lungo periodo si sfaldano, non bisognerebbe mai rileggerle senza avere la precisa misura della distanza che ce ne separa. O fissarla in sensazioni come questa, tra il come eravamo e il come avremmo voluto essere cercando di non pensare troppo a quanto sono lontane, tanto le parole quanto le persone che le hanno scritte.
Che poi la sola differenza sta nel fatto che le mie parole rimangono, mentre le tue erano quasi sempre – e assai più saggiamente – affidate alla natura smentibilmente volatile della sonorità verbale; perciò non rimane neanche il piacere di rileggere ma solo l’affidarsi al nastro della memoria usurato a forza di riavvolgimenti, tanto che ormai anche la tua voce è dispersa.
Meglio così: tutto il mio ricordare è indulgente esagerazione, possibile che non mi sia ancora stufato della mia Recherche in sedicesimo, di raccattar le briciole delle mie madeleines andate a male?
Eppure tirare in lungo è un modo per rimanere un altro poco in compagnia di un destinatario qualsiasi, compreso il me stesso di allora che in parte ricordo e in parte sto ricreando in questo momento in cui scrivo, o di altri che non leggeranno mai o addirittura di chi forse leggerà e troverà occasione per un supplemento d’orgoglio (dite quel che volete, ma di cretini ardimentosi che prendono lo sconforto a due mani e lo martellano sui tasti del portatile per trarne un altro messaggio in bottiglia non se ne trovano ad ogni svoltar di cantone) senza dimenticare i venticinque lettori dipoi; che penseranno per l’ennesima volta “questo si è bevuto il cervello”.
È che ce n’era un rimasuglio da mandar giù, prima della feccia; e con un po’ di parsimonia qualcosa ne avanzerà ancora per future libagioni per quanto la tentazione tappar definitivamente la bottiglia si faccia sempre più forte.
Non ci avete capito niente, vero? Stavolta neanche io. Succede.
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