Ed eccomi qui, l’eterno naufrago, cara mia, non puoi avere una persona consapevole soltanto a pezzi, devi prenderla tutta quanta, senza sconti, cazzi, mazzi e ramurazzi come direbbe un mio amico, sono sicuro che hai capito lo stesso anche se non sei di madrelingua.
Ma non devi preoccuparti più di tanto, stiamo sempre qui a lamentarci, in attesa di una decisione che non prenderemo, illudendoci di aspettare di vedere come andrà a finire, in realtà aggrappati a un filo di ragno di speranza, la speranza è l’ultima a morire dicono, mai pensiero fu più agonizzante di questo.
Sì lo so, a te piacciono gli uomini che non devono chiedere mai e tendi a scomparire quando senti un dubbio sfiorare una testa nel raggio di un chilometro, ma che ci posso fare, sarà una sorpresa anche questa, magari non piacevole come le altre, ma comunque una sorpresa.
Scrivo? E scrivo, perché mi aiuta a portar via mezz’ora, a scaricare il peso del tempo che mi trafigge, ma non mi trascina più, mi attraversa ma non mi fa suo. Perché je suis l’homme qui rit nella sua deformità spirituale, creato per l’eterno divertimento dell’inclito pubblico, anima freaky quanto basta da garantire risate per l’eternità.
Dunque forse tu mi ami ma non puoi, un’antica promessa ti lega ad un altro uomo, ma cosa c’è di strano in tutto questo, sia anzi la tua punizione per aver creduto a suo tempo la felicità uno stato definitivo e allora soffrite finché morte non vi separi, soffrite l’uno dell’altra in eterno e il mio nome turbi per sempre le tue notti di ritornata vergine e ti faccia odiare il bradipo ronfante che ti dorme accanto, perso in sogni dove tu non compari mai perché la tua accondiscendenza pecorina è un dato scontato, un dovere coniugale e guarda il fascino delle parole, a saperle usare ci sarebbe da rifondare l’universo, non per niente in principio era il Verbo.
Del resto che meravigliosa precisione di linguaggio, non sono libera, te l’avevo detto di avere fiducia nel linguaggio, noi possiamo mentire ma il linguaggio non mente mai, come puoi definire meglio la nausea per la tua vita: non sono libera; non che io avrei potuto offrirti una differente libertà, probabilmente alla fine avresti provato lo stesso disgusto anche per me e allora te lo ripeto anch’io: non sei libera ma non te la prendere, in fondo nessuno lo è e persino io che insidio le tue fantasie devo costringermi a sottostare alla tua non libertà che viene a restringere la mia.
Solo non abusare della tua semplicità new-age, la felicità irresponsabile di chi trova le proprie banalità esistenziali elevate a sistema, i fiori di Bach della tua colorata retorica, l’omeopatia intellettuale che mescola contraddizioni e vi distilla l’essenza dell’Umano, dove fra tanti contrari tutti si mettono d’accordo e non ha torto nessuno.
Ma certo che mi porterai per sempre con te, sono un peso così leggero, non hai dovuto neppure sopportare il gravame dei miei lombi, la fatica di cercare le parole nel post-ludio (ammesso che si possa dare un ludus tra persone come me e te) ed è chiaro che quando la vita verrà ad insidiare le tue certezze da undici euro e cinquanta da MelBookstore, una spolverata di Epicuro sulla panna montata di Coelho, potrai sempre rifugiarti nel suono del mio nome e ricordarti di quando credevi di poter infrangere le regole. Che bestialità enorme, infrangere le regole, è bastato un calcio in culo maritale per ripristinarle tutte e rifondarne di nuove, se non altro ti ho aiutata a capire chi sei o se preferisci, a scoprire la donna che non potrai mai essere, e non è un regalo da poco con i tempi che corrono, un soffio di autenticità, magari fa un po’ male ma se non altro non lascia segni visibili come certe altre carezze che tu sai. Meglio tornare ad essere la sciampista glamour a tempo pieno che seduce con gli occhi maliardi, Perugino dell’eye-liner, Guido Reni del mascara, avvitare bene la calotta cranica in modo che il cervello non ne trabocchi e il gioco è fatto. Un vampiro in total black che è scampato alla luce e ha creduto di essere un serafino. Insomma, l’oggettino grazioso che ti sei lasciata diventare.
Chissà poi che non incontri anche l’ardimentoso che abbia il coraggio di dirti, quando scrivi, dove mettere accenti e apostrofi, ma sarà difficile, un po’ perché non lo sanno, e un po’ perché guai a contrariare la Dea. E poi, via, “infrangere le regole”, il luogo comune non perdona.
Così me ne vado, riprendo le ali da angelo (essendo le tue metafore quel che sono) parcheggiate in doppia fila, lasciandoti all’uomo buono che più buono non si può, che per voi la morte unisca ciò che la vita ora ha separato; ti sarà di conforto sapere che un po’ ho sofferto persino io, del resto è la cosa che so fare meglio e non mi sto piangendo addosso, c’è una dignità inscalfibile nel buttarsi in una mischia già decisa in partenza, provarci lo stesso anche se sarà inutile, sono tutti capaci di fare la parte di Dio, ma è un ruolo secondario, qualsiasi attore che valga qualcosa non lo accetterà mai e non è un caso se il paradiso dei poeti è sempre un paradiso perduto.
Così, dicevo, me ne vado, senza neppure la soddisfazione di un crescendo d’archi perché la nostra è vita da cinema muto, qualche sottotitolo e via, con la dignitosa impassibilità di Buster Keaton, che alla fine è morto anche lui, ma almeno non rideva alle risate altrui.
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